LE TEORIE
DELL’ETICA PROTESTANTE
E SPIRITO CAPITALISTA
DI KARL
MARX - MAX WEBER
E WERNER
SOMBART
DESCRITTE DA TREVOR-ROPER
a
cura di
MICHELE E. PUGLIA
SOMMARIO: PREFAZIONE; LE ORIGINI DEL CAPITALISMO MODERNO E
L’INFLUENZA IMPRESCINDIBILE DEL FATTORE RELIGIOSO LO SPIRITO DEL CAPITALISMO; IL
PERIODO DELLA RIVOLUZIONE LA GUERRA DEI TRENT’ANNI LA SVEZIA E DANIMARCA E LA FRANCIA; IL FRONTE DELLA GUERRA DEI
TRENTA’ANNI RELATIVO ALL’AUSTRIA E
SPAGNA CATTOLICHE IL GENIO DI WALLENSTEIN; SECONDO MAX WEBER GLI UOMINI
D’AFFARI ERANO TUTTI CALVINISTI; FRANCOFORTE LA CITTA’ FIGLIA DI ANVERSA
COLONIA BELGA E LA SVIZZERA CALVINISTA; LA SCUOLA TEDESCA E I CENTRI DEL
CAPITALISMO EUROPEO NEL 1500; LA POSIZIONE RELIGIOSA ERASMIANA E IL CARATTERE
ERASMIANO DEL CALVINISMO; LA MUTAZIONE CHE GIUSTIFICAVA LA RELIGIONE DEL LAICO
SENZA LA MEDIAZIONE DEL SACERDOTE; IL CAPITALISMO MEDIEVALE LE CITTA’
STATO GOVERNATE DAI MERCANTI CATTOLICI
E LA RIVOLTA DI LUTERO; L’INTERNAZIONALE
CALVINISTA E IL CONTRATTACCO DELLA CONTRORIFORMA SUOI EFFETTI; LA DIFFUSIONE
DELLA STRUTTURA STATUALE DELLA CONTRORIFORMA CONSEGUENZE IN FRANCIA; IL
DISTACCO FINALE DEL MOVIMENTO CATTOLICO DEL XIX SECOLO DALL’ANCIEN RÈGIME.
PREFAZIONE
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I |
N uno dei quattro diversi capitoli in cui è diviso il testo “Protestantesimo e trasformazione sociale”,
di Trevor-Roper (*), il secondo,
porta il titolo “Religione, riforma e
Trasformazione sociale”, che avevamo preso in considerazione come ricerca
relativa alle critiche, che erano state mosse al testo di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del
capitalismo.
A una prima lettura il saggio lo avevamo trovato così
interessante e soddisfacente nella sua completezza, che lo avevamo ripetutamente riletto per poterne trarre il
succo ... ma ci eravamo resi conto che il succo, era costituito dall’intero
saggio. Convinti che eravamo di fronte a un piccolo capolavoro di sintesi, fondamentale
per conoscere gli aspetti del calvinismo, con tutta una sua rete di
collegamenti a varie fonti, in particolare a Erasmo e gesuiti, non
riscontrabili, a quanto risultasse, in
nessun altro autore. L‘idea di estrarre
solo alcune parti ci era parsa come una
vera eresia che avrebbe reso il saggio, monco, e la decisione è stata di
presentare il saggio, così come uscito dalla mente del suo brillante autore; dividendolo
solo in paragrafi e lasciandolo nella sua quasi totale interezza.
Trevor-Roper, con la sua particolare facoltà di sintesi, aveva trattato
l’argomento del processo che aveva portato Karl Marx, Max Weber e Werner Sombart
a elaborare le loro varie idee sulla base della teoria che poneva la nascita del capitalismo nel XVI secolo, collegando lo spirito del capitalismo al
protestantesimo, al quale era giunto
Karl Marx.
Mentre Max Weber seguito da Ernest Troeltsch, rilevava che lo
spirito del capitalismo, fosse il prodotto dell’etica protestante, non di
derivazione luterana, ma calviniana; Werner Sombart sosteneva invece che gli
artefici del capitalismo moderno fossero gli ebrei sefarditi, fuggiti da
Lisbona e Siviglia e rifugiati nell’Europa del Nord, facendo risalire lo spirito del capitalismo, al Talmud.
Il testo di T.-R., con i riferimenti ai vari autori dei relativi
argomenti affrontati. costituisce una vera miniera di informazioni bibliografiche,
completato con cenni ai testi fondamentali dei tre economisti menzionati.
LE ORIGINI DEL CAPITALISMO
MODERNO E L’INFLUENZA
IMPRESCINDIBILE
DEL FATTORE RELIGIOSO
LO SPIRITO DEL CAPITALISMO
|
T |
revor-Roper scriveva:- Se consideriamo trecento anni della storia
europea che vanno dal 1500 al 1800, possiamo affermare che questo fu
un periodo di progresso che cominciava col Rinascimento e finiva con
l’Illuminismo, senza che fra queste due epoche storiche, vi fosse soluzione di
continuità; logicamente, la seconda seguiva la prima, ma senza uniformità, in
quanto il progresso non è uniforme, ma discontinuo.
Nel XVI sec. il progresso appariva generale in Europa e di quasi
generale espansione, ma all’inizio del Seicento, esplodeva una profonda crisi
che coinvolgeva, in un modo o nell’altro, la maggior parte del continente; e quando
nel 1660 la marcia riprendeva l’avanzata generale, ciò avveniva in forme notevolmente
diverse e le differenze tendevano ad accentuarsi negli anni seguenti.
Il periodo che andava dal 1620 al 1660 segnava lo spartiacque
profondo e deformante nell’ambito del progresso per altri versi ordinato.
Se si dovesse sintetizzare lo svolgimento dell’intero periodo, si
può dire che la sua prima fase andava dal 1500 al 1620 che era quella del Rinascimento europeo, in cui il centro
della vita culturale ed economica dell’Europa fosse da ritenere nel Sud, in
Italia e Spagna.
Il 1620-1660, scriveva T.-R., possiamo ritenerli della rivoluzione, e la seconda e lunga fase
che andava dal 1660 al 1800 era quella
dell’Illuminismo, un’epoca in cui le grandi conquiste del Rinascimento erano
portate avanti e raggiungevano nuovi vertici, partendo da una base nuova.
Italia e Spagna erano giunte a una stagnazione economica e culturale, e il
ruolo guida era assunto dai paesi settentrionali, in particolare
dall’Inghilterra, dall’Olanda e dalla Francia; e mentre nel primo periodo
questi paesi erano stati tributari culturali del Mediterraneo, nel secondo, i
paesi mediterranei, diventavano tributari di quelli nordici.
Quali furono, si chiedeva T.-R., le cause di questo spostamento
del centro di gravità, culturale ed economico? Perché mai il primo Illuminismo, quello rinascimentale
che si era irradiato in Italia, aveva avuto un colpo d’arresto nel suo paese
d’origine e, per potersi sviluppare, dovette emigrare in altri paesi? Perché
mai il processo di espansione economica che nel XVImo sec., era sembrato
generale, e al quale tutta l’Europa aveva partecipato, maturava pienamente
soltanto in determinate regioni; regioni che inizialmente erano sembrate le più
favorite in questo senso?
Si trattava di grandi problemi e ovviamente, nessuna risposta
generale o superficiale poteva essere soddisfacente.
In questo senso T.-R., riteneva esaminare un aspetto che egli
riconosceva non fosse facilmente
solubile, molto controverso, ma la cui importanza non poteva essere negata da
alcuno: l’aspetto religioso.
La questione religiosa, egli scriveva, è in effetti profondamente
connessa allo spostamento del centro di gravità europeo; possiamo enunciare
schematicamente il problema, affermando che il
Rinascimento fu un fenomeno cattolico,
mentre l’Illuminismo fu protestante.
Nel XVII sec., i paesi protestanti (o alcuni di essi) strapparono
il ruolo guida ai paesi cattolici
europei, tanto sul piano economico, quanto su quello culturale; osserviamo
l’Europa del 1620, data da T.-R., come limite ultimo del periodo rinascimentale.
Con il vantaggio del senno di poi, egli diceva, siamo propensi ad
affermare che lo spostamento del centro di gravità era già avvenuto quando l’
Olanda e l’Inghilterra avevano già usurpato il ruolo dell’Italia e della Spagna;
ma naturalmente non era così. In quell’epoca i rapporti di forza dovevano
sembrare – almeno a un osservatore superficiale – non molto diversi da quelli
del 1520.
La Spagna e l’Impero, l’Italia e il papato, erano ancora i centri
della potenza, della ricchezza della produzione e della cultura. La Spagna era
ancora la massima potenza mondiale; la Germania meridionale era sempre il cuore
industriale dell’Europa, l’Italia era non meno ricca e intellettualmente
stimolante che nel passato.
Ora osserviamo lo stesso panorama del 1700, quanto fosse diverso!
Politicamente, economicamente, culturalmente, l’Italia aveva subito un
capovolgimento. Il suo centro dinamico si era spostato dalla Spagna,
dall’Italia, dalle Fiandre e dalla Germania meridionale cattoliche,
all’Inghilterra, Olanda, Svizzera e città baltiche protestanti. Non vi sono
eccezioni a questo grande mutamento e il suo carattere generale è stato troppo
vasto e impressionante, per essere negato con spiegazioni particolari.
La Spagna, portata alla rovina dall’Inquisizione; le Fiandre dal
blocco della Schelda; Venezia dalle perdite dei mercanti levantini; la
Lombardia dal cambiamento della foggia degli abiti; la Germania meridionale
dalle difficoltà dei trasporti; Liegi, dall’apertura delle miniere di ferro svedesi. Tutti questi
rapporti causali, possono essere veri, se presi singolarmente; ma insieme non riescono
a convincere. Una larga coincidenza di
cause particolari non è mai accettabile come spiegazione di una legge generale.
E allora, T.-R., si poneva la domanda: Come possiamo spiegare la
straordinaria ascesa di alcune società protestanti e il declino di quelle
cattoliche, nel XVIImo secolo?
Ed ecco la risposta. Non
basta dire che nuove scoperte o mutate circostanze favorirono l’Europa
settentrionale a danno di quella meridionale (perché le Fiandre cattoliche,
Liegi e Colonia erano nel Nord e non sfuggirono alla decadenza del mondo
cattolico), oppure favorirono i paesi atlantici a danno di quelli mediterranei
(poiché Lisbona era in miglior posizione sull’Atlantico, che non Amburgo).
E anche se le situazioni mutarono, rimaneva il problema di sapere
perché mai furono sempre le società protestanti e non quelle cattoliche a
saperle sfruttare a proprio vantaggio. Dobbiamo dunque giungere alla
conclusione che, in qualche modo, le società protestanti erano, o erano divenute,
più progressive di quelle cattoliche, economicamente e culturalmente.
Nel XVIII secolo, questa era una convinzione diffusa e nel secolo
successivo fu enunciata come un dogma da tre propagandisti bourgeois, che erano, Charles de Villers, amico germanofilo di m.me
de Staael, nel 1802; lo statista protestante François Guizot, nel 1828; nel
1875 l’economista belga Emile de Leveleye, che, portando alle estreme conseguenze il suo
ragionamento, era finito per convertirsi al protestantesimo; essi cercarono di
far riconquistare ai loro paesi la perduta egemonia.
I successi conseguiti da capitalisti, in gran parte protestanti,
nel processo di industrializzazione della Francia, e, attraverso la Francia, in
Europa all’epoca di Luigi Filippo, di Napoleone III e della Terza repubblica,
confermava che almeno ai loro tempi, in quelle teorie vi era qualche grano di
verità.
Nel XIX sec., se possiamo fidarci delle apparenze, la Francia
raggiunse sul piano industriale, quei vicini protestanti che due secoli prima
l’avevano superata, diventando anch’essa protestante, accettando il dominio di
un’élite e di una ideologia protestanti, che sconvolse la Chiesa
francese, preoccupò i cattolici e scatenò i fulmini di Roma.
Anche se ammettiamo il fatto ovvio, che nel XVIIImo sec. (e anche
nel XIX), il protestantesimo fosse la religione progressista, rimane sempre da
scoprire il perché. I propagandisti francesi non ne chiarirono le ragioni, in
quanto uomini d’azione; a loro le ragioni non interessavano e si limitarono ad
enunciare il fatto, e trarne le conseguenze. Il compito di chiarire il
fenomeno, fu lasciato ai più accademici sociologi tedeschi, i quali, lo
spiegarono in vari modi.
Per Karl Marx il protestantesimo era l’ideologia del capitalismo,
l’epifenomeno religioso di un fenomeno economico, mentre Max Weber e Werner
Sombart rovesciarono la formula, convinti che lo spirito preceda la lettera;
essi postularono l’esistenza di uno spirito creativo, lo “spirito del capitalismo”.
Sia Weber che Sombart, collocavano la nascita del capitalismo
moderno nel XVImo sec. e ricercavano entrambi lo spirito del capitalismo, negli avvenimenti di quel secolo. Weber,
seguito da Ernest Troeltsch, trovò nella Riforma
lo spirito del capitalismo; egli
sostenne che questo fu il prodotto diretto della nuova etica protestante,
secondo l’insegnamento, non di Lutero, ma di Calvino.
Sombart respinse la tesi weberiana, ma quando dovette formulare
un’ipotesi costruttiva, enunciava una tesi più vulnerabile. Egli sosteneva che
gli artefici del capitalismo moderno fossero gli ebrei sefarditi, fuggiti da
Lisbona e Siviglia, per rifugiarsi ad Amburgo ed Amsterdam e faceva risalire lo
spirito del capitalismo al Talmud.
Nessuno, riteneva T.-R., sarebbe disposto a difendere la tesi di
Sombart, mentre gran parte di quella di Weber, rappresentava ancora l’ortodossia
di un’importante scuola americana, e aveva ancora i suoi difensori in Europa, e
si poteva riassumere brevemente a questo modo.
Weber non sosteneva che Calvino o altri maestri protestanti,
avessero direttamente propugnato il capitalismo o i metodi capitalistici, né
che l’insegnamento di Calvino sull’usura, avesse esercitato qualche influenza
sulla nascita del sistema capitalistico. In realtà, egli respinse
esplicitamente tale ipotesi. Né, d’altra parte Weber negò mai, che nel medioevo,
fossero esistiti dei capitalisti, ma sostenne che nel XVImo sec., era nata una forma completamente nuova di
capitalismo.
Anche nel medioevo, come nell’antichità, erano esistiti uomini
che avevano accumulato grandi patrimoni con il commercio e l’attività
finanziaria; ma ciò, riteneva Weber, non aveva creato neanche le prime forme di
un sistema capitalistico; costoro erano stati avventurieri capitalistici ebraici; esponenti di un capitalismo
speculativo di paria; che si erano arricchiti perché amavano il denaro e il
fatto di accumularlo, gli procurava piacere.
Invece, egli affermava,
gli artefici del capitalismo moderno erano uomini dotati alla loro missione,
spinti non dall’amore del denaro, anzi, l’accumulazione
della ricchezza era soltanto un sottoprodotto causale, quasi non voluto, della
loro attività.
Essi erano ispirati da una disciplina morale, una innerweltliche Askese - ascesi mondana, che
li spingeva a identificare la loro religione con il metodico adempimento della
loro “vocazione” o “professione” e, incidentalmente ad
accumulare ricchezze che potevano reinvestire solo in quella “vocazione”, dato che rifuggivano da ogni
forma di lusso, di sperpero o di ambizione sociale. Indirettamente quindi, la
loro disciplina morale aveva creato un
nuovo fenomeno, quel “capitalismo
razionale burocratico”, quella “organizzazione razionale del lavoro libero”,
assolutamente diversi dal “capitalismo
d’avventura ebraico” e che trasformarono l’Europa in qualcosa di unico
nella storia mondiale e questa disciplina morale, sempre secondo Weber, era l’etica protestante, o meglio, calvinista.
Tale etica, aveva ispirato, quella
posizione spirituale che, applicata alla economia, aveva creato il capitalismo industriale moderno:
sarebbe pertanto un errore se si identificasse il “capitalismo d’avventura ebraico” weberiano, con il capitalismo
mercantile e il suo “capitalismo razionale burocratico”, con il capitalismo
industriale.
La tesi di Weber, riteneva T.-R., nonostante le critiche, avesse un forte nucleo, sebbene ambiguo,
di verità; l’etica calvinista, aveva determinato effettivamente, in alcuni
casi, la nascita del capitalismo industriale. Non bastava dire, che il sistema
capitalistico, trovasse un terreno più favorevole nei paesi protestanti, perché
occorrerebbe spiegare come, anche nei paesi cattolici come la Francia, o
l’Austria, furono elementi protestanti a
costruire e far prosperare l’industria. E’ inoltre indiscutibile che le
forme estreme di protestantesimo, popolari fra gli operai, fossero essi
minatori della Boemia o della Sassonia o tessitori di panno dello Yorkshire e
del Lancashire.
D’altro canto, alla tesi di Weber, possono essere mosse delle
obiezioni.
Ogni teoria generale, sosteneva T.-R.., deve tener conto delle
eccezioni.
Dato che lo stesso Weber attribuiva al solo calvinismo, il monopolio dell’etica protestante, non aveva bisogno
di spiegare la stagnazione economica della Germania luterana. Ma che dire della
Scozia? Secondo lo schema weberiano, la Scozia con i suoi giacimenti di carbone
e il suo rigido regime calvinista, avrebbe dovuto progredire più rapidamente
dell’Inghilterra, il cui regime anglicano era considerato da Leveleye, non
molto migliore da un punto di vista economico, del papismo.
E come si spiega che fu l’Amsterdam arminiana (da Arminius, teologo olandese, propagatore della
predestinazione condizionata) a creare l’enorme ricchezza delle Province Unite, mentre la Gheldria
calvinista, rimase la riserva dei rozzi nobili campagnoli, cioè, proprio di
quella classe che secondo Slinsby
Bethel, sostenitore di questa teoria, fu sempre nemica del progresso
mercantile?
Queste eccezioni, sosteneva T.R., ci inducono a pensare che se anche
il calvinismo avesse creato o rafforzato
lo spirito capitalistico, lo aveva fatto in modo molto incerto.
(*), “Protestantesimo e trasformazione sociale” della preziosissima Collana Universale Laterza (1977), che aveva offerto al pubblico
tanti piccoli tesoretti, tra i quali questo
di Hugh R. Trevor-Roper (1914-2003).
IL PERIODO DELLA RIVOLUZIONE*
LA GUERRA DEI TRENT’ANNI
LA SVEZIA E DANIMARCA
E LA FRANCIA
|
P |
er le esposte ragioni, T.-R., passava ad esaminare, non tanto la
tesi di Weber, quanto i fatti storici ai quali riteneva poterla applicare: egli,
infatti, riteneva che Weber si fosse limitato
a enunciare un rapporto teorico della propria tesi, senza offrire neanche
un solo esempio storico; e il suo più illustre successore, R.H. Tawney, si fosse limitato a studiare esempi inglesi,
rinunciando così ai vantaggi che poteva offrire un metodo comparativo.
Nell’esame dei fatti, T.-R., iniziava con uno sguardo all’Europa
degli anni della rivoluzione, da lui definito periodo del Rinascimento e dell’Illuminismo, che era il periodo della guerra
dei trent’anni (1618-1638).
Egli iniziava quindi dalle potenze
protestanti, scrivendo: Intorno al 1630, gli esponenti politici della causa
protestante, non erano i calvinisti, ma i luterani,
ed erano i due re scandinavi: lo scialacquatore e cattolicizzante Cristiano IV
di Danimarca, e, dopo la sua sconfitta, Gustavo Adolfo di Svezia, l’eroe
austero e mistico imbevuto di spirito di crociata.
Per poter intervenire in Europa, entrambi furono costretti a
mobilitare nuove risorse industriali e
finanziarie e ciò li obbligò a ricorrere all’aiuto di potenti capitalisti.
Chi erano costoro? Cristiano IV si rivolse a una casa commerciale di Amsterdam,
i fratelli De Wilelm; Jan che operava a Copenaghen (uno dei fondatori della Compagnia danese delle Indie orientali),
e Paolo e David che operavano ad Amsterdam nel campo internazionale finanziario,
e concedevano prestiti per l’acquisto di armi.
Quando costoro smisero di fornire danaro a Cristiano IV, questo
si rivolse a un’altra famiglia calvinista di origine fiamminga, la famiglia
Marcelis, che possedeva un impero commerciale cosmopolitico nel Nord, e cercava
di impadronirsi del rame svedese e aveva commerciato il rame norvegese del re
di Danimarca e il grano e le armature dello zar di Russia, ma alla fine aveva
scelto come campo di azione la Danimarca.
Tra il 1640 e 1650 i fratelli Gabriele e Celio Mercelis erano
consiglieri economici, appaltatori, banchieri, fornitori di munizioni,
esportatori di legname del re di Danimarca; anticipavano denaro sugli incassi
dei pedaggi del Sund e dei tributi del rame ed erano armatori. Intorno a loro,
l’aristocrazia luterana locale, retrocesse al rango di aristocrazia terriera e
i mercanti luterani decaddero a semplici agenti di case commerciali olandesi
calviniste. I calvinisti olandesi divennero, di fatto, la nuova aristocrazia
capitalistica della Danimarca luterana.
Non altrimenti si comportò il re di Svezia. Gustavo Adolfo che si
rivolse alla casa de Geer e Trip di Svezia. Luigi de Geer, calvinista di Liegi,
stabilitosi ad Amsterdam, destinato a diventare il Fugger (v. Carlo V tra
Rinascimento ecc. P. II).
Eliminati tutti i concorrenti calvinisti olandesi, divenne il padrone indiscusso
della vita economica svedese, il Krupp del XVII secolo.
Tutta l’industria svedese del rame e del ferro era nelle sue mani
e con i suoi prodotti riforniva gli eserciti e le flotte, non soltanto della
Svezia, ma anche del l’Olanda, Francia, Venezia, Portogallo, Inghilterra
Scozìa, Russia e principi tedeschi. Produceva anche cotone, acciaio, stagno, fili
metallici carta, panno ed era inoltre un importante spedizioniere e costruttore
navale; nel 1645 raccolse, noleggiò ed equipaggiò una squadra navale che mise
al servizio della Svezia contro la flotta che il suo collega Gabriele Marcelis
aveva dal suo canto, armato per la Danimarca; organizzò e finanziò la Compagnia
svedese per l’Africa. A guisa di rimborsi per i prestiti concessi alla corona
svedese, ottenne ulteriori concessioni, forniture di rame, terre della corona
in affitto, diritti doganali, privilegi, esenzioni, titoli onorifici. Fu il
banchiere dell’impero svedese e il fondatore dell’industria estrattiva del
paese.
Per rifornire quest’ultima di manodopera, trasferì in Svezia
trecento famiglie vallone che non impararono mai lo svedese, ma la cui
influenza si fece sentire in Svezia per oltre trecento anni.
De Geer, non fu il solo gran finanziere e industriale calvinista
che operò in Svezia in quegli anni. Wilelm Usselincx fondò la Compagnia svedese delle Indie occidentali; i fratelli Abraham e Jacob
Momma, aprirono miniere di ferro e di
rame in Lapponia e divennero i banchieri personali della regina Cristina; i
fratelli Spiering dominavano il mercato granario del Baltico e avevano
l’appalto delle dogane baltiche; fu il calvinista olandese originario della
Livonia, a fondare nel 1658 la Banca di
Svezia e altri calvinisti olandesi controllavano le esportazioni di cannoni
di ferro, la regia manifattura di ottone a Nacka ecc. .
Se la Danimarca e la Svezia luterane furono modernizzate e
finanziate da uomini d’affari calvinisti, che dire dell’altro protettore del
protestantesimo europeo, il cattolico re di Francia?
Ecco la risposta. E’ ben noto che il cardinale Richelieu si servì
largamente, come già Enrico IV, di finanzieri ugonotti; i suoi banchieri erano
calvinisti francesi, i Rambuillet e i Tallemant. Per pagare gli eserciti
francesi e svedesi, egli si servì di Jan Hoeufft, un calvinista originario del
Brabante che nel 1601 aveva preso la cittadinanza francese ed era stato utilizzato
da Enrico IV, per prosciugare i laghi e le paludi della Francia.
Hoeufft era in rapporti con l’internazionale calvinista, con De
Geer e il Baltico. Nel 1639 tuttavia, Richelieu, trovò un altro uomo d’affari
protestante, destinato a dominare le finanze francesi per quasi un quarto di
secolo: Barthélemy d’Herwarth che in quell’anno mise al servizio della Francia
l’esercito senza più comandante, del suo defunto padrone, Bernardo di Sassonia-Weimar.
Barthélemy d’Herwarth è una figura famosa nella storia economica
francese; con la sua abilità finanziaria egli riuscì ad assicurare alla Francia
la fedeltà dell’esercito dell’Alsazia; inoltre aveva finanziato la politica
tedesca di Mazarino, il quale, un giorno aveva dichiarato alla presenza del
giovane Luigi XIV: “il signor d’Herwarth
ha salvato la Francia ed ha conservato la corona al re: i suoi servizi non
dovranno essere dimenticati, il re li renderà immortali con i segni di onore e
di riconoscimento che concederà a lui e alla sua famiglia”. Il re lo nominò intendente delle finanze e si servì di lui, in più di una
situazione critica.
I dévots furono indignati dalla potenza acquisita a corte da
quell’ugonotto, ma non poterono far nulla. Come intendente d’Herwarth riempì il suo ufficio di correligionari;
sotto la sua direzione, aveva scritto Elie Benois, lo storico coevo dell’Editto
di Nantes, “gli uffici finanziari
divennero il rifugio dei riformati ai quali erano negati altri impieghi” e
a questo proposito T.-R., si richiamava a quanto detto da un altro storico (E.
G. Léonard), secondo cui “qui va cercata
l’origine della famosa finanza protestante e non negli intimi rapporti e nelle
ragioni teologiche invocate da Max Weber e dalla sua scuola”.
*) *Divisa in quattro fasi: boemo-palatina, danese, svedese,
francese.
IL FRONTE DELLA GUERRA
DEI TRENTA’ANNI
RELATIVO ALL’AUSTRIA
E SPAGNA CATTOLICHE
IL GENIO DI WALLENSTEIN
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T |
revor-Roper, proseguiva la sua indagine prendendo in
considerazione l’altro opposto fronte della guerra dei trent’anni, l’Austria e
la Spagna cattoliche, e in proposito scriveva.
Anche le potenze asburgiche avevano bisogno di industriali e
finanzieri per sfruttare in pieno le proprie risorse economiche e pagare gli
eserciti che dovevano combattere in un teatro tanto vasto che si estendeva dal
Baltico alle Alpi e dai Carpazi ai Pirenei.
Il fatto che per un certo periodo essi fossero vittoriosi, è noto
che fu merito del genio di Albert von Wallenstein, il più grande dei
condottieri: egli scoprì il segreto di far vivere un esercito, pagandolo con le
contribuzioni imposte alle province e alle città conquistate, nutrendolo,
vestendolo e armandolo con le proprie manifatture, aziende agricole, miniere.
Ma dietro Wallenstein, ora sappiamo vi fosse un uomo la cui esistenza, per
tanti secoli rimasta oscura, è stata recentemente scoperta: Hans de Wiette,
calvinista di Anversa.
Vi è qualcosa di incredibile nella carriera di Hans de Witte, il
solitario calvinista che da Praga finanziava gli eserciti delle potenze
cattoliche. Egli si era trasferito in quella città, per entrare al servizio del
tollerante ed eccentrico imperatore Rodolfo II, e vi era rimasto per finanziare
i suoi intolleranti successori che, tuttavia, lo tollerarono per i servigi da
lui resi in campo industriale e finanziario.
Già all’inizio della guerra egli esercitava un controllo assoluto
sull’argento e sullo stagno dell’impero e da allora in poi, la sua potenza non
cessò di aumentare. Fu lui ad anticipare il danaro per pagare gli eserciti di
Wallenstein, rimborsandosi con le tasse pagate dalle province fedeli e con le contribuzioni
e i riscatti imposti a quelle conquistate. Fu lui ad organizzare il
rifornimento di quegli eserciti, con uniformi, polvere da sparo, salnitro e
piombo provenienti dal ducato di Friedland, di Wallenstein: egli organizzò
tutta la produzione, manifattura e trasporti lungo l’Elba.
Tutte le miniere d’argento, di rame e di piombo dei domini di
Wallenstein, erano nelle sue mani ed egli controllava le fonderie di ferro di
Raspenau in Boemia, rivali delle miniere di ferro di Arboga in Svezia. Fu il de
Geer delle potenze cattoliche. Come de Witte, portò i propri correligionari a
lavorare nelle miniere e ottenne la garanzia che non sarebbero stati
perseguitati per motivi religiosi. Solo lui avrebbe potuto ottenere una simile
garanzia, poiché dopo la vittoria dei gesuiti in Bosnia, i calvinisti erano
stati spietatamente espulsi.
Alla fine ne rimase soltanto uno, Hans de Witte, il più grande
industriale, il più grande finanziere, il più ricco suddito della Boemia, il
banchiere dell’imperatore e dell’imperatrice, del generalissimo, della nobiltà,
del clero e degli stessi gesuiti. Sopraggiunto il crollo (con la caduta di
Wallenstein le risorse di de Witte ebbero un crollo) il banchiere era ancora a
Praga e ancora calvinista quando, a causa della bancarotta, egli si suicidava, buttandosi
nel pozzo del suo giardino. Questo per quanto riguarda gli Asburgo di Vienna.
Passando agli Asburgo di Madrid, si scopre che il cattolicissimo
Filippo IV, per sfruttare le risorse del suo regno, era stato costretto a
servirsi di uomini di altra fede. In effetti, per il commercio estero e
l’approvigionamento della flotta egli faceva ricorso ai luterani di Amburgo,
che pur essendo eretici, erano almeno neutrali e sudditi nominali di suo cugino
l’imperatore.
Per tutta una generazione l’Amburgo luterana, era divenuta la
capitale commerciale dell’impero spagnolo. Qui era il centro del commercio
dello zucchero brasiliano e quello delle spezie orientali; attraverso Amburgo,
il re di Spagna aveva potuto mettere le mani sull’industria tedesca e il
commercio del baltico; attraverso Amburgo, le sue colonie d’oltremare vennero
rifornite di prodotti manifatturati, in cambio di metalli preziosi, con cui
veniva finanziata la guerra; attraverso Amburgo vennero equipaggiate le
successive armadas con le quali il re
di Spagna sperò di poter conservare le colonie e riconquistare l’Europa
settentrionale.
Ma, esaminando Amburgo più da presso, ecco cosa emergesse. Dal
punto di vita numerico i tedeschi luterani costituivano indubbiamente la
maggioranza, ma qualitativamente erano relegati in secondo piano, dai
calvinisti olandesi. La Spagna non riusciva a evitare di dipendere dagli odiati
ribelli, ricorrendo ai mercanti anseatici; un esame più attento rivela che
costoro fossero olandesi o agenti degli olandesi.
La Banca di Amburgo era
stata fondata nel 1619, non da elementi di origine locale ma da immigrati
olandesi, e olandesi erano i tre quarti dei suoi più ricchi depositanti. Nel
1623, quando il governo spagnolo si era impossessato delle navi straniere alla
fonda nel porto di Amburgo, si scopriva, che non meno di centosessanta vascelli
“anseatici” erano in realtà olandesi.
Servendosi delle città anseatiche
luterane, la Spagna, in realtà, non faceva altro che nascondere l’effettiva
dipendenza dai suoi nemici dichiarati, gli olandesi
calvinisti.
Sul fronte del Reno, era necessario mantenere gli eserciti
spagnoli; il re di Spagna aveva bisogno di un finanziere, in grado di far
produrre le miniere di sale della Franca Contea, così come de Geer, aveva fatto
con le miniere di sale svedesi e de Witte, con quelle di ferro della Boemia.
Trovò l’uomo adatto in François Grenus, un calvinista svizzero,
originario di Berna, mercante-banchiere a Ginevra; egli ebbe l’appalto delle
miniere di sale regio e, con i suoi prestiti, rese possibile il mantenimento
delle truppe spagnole. Gli altri clienti di questo de Witte svizzero, erano gli
altri nemici del protestantesimo europeo: l’Imperatore, e quella duchessa di
Savoia (*), sorella della regina Enrichetta Maria, che la storia ricorda
sopratutto per il massacro dei Santi di
Dio, i protestanti delle valli piemontesi.
*) Era Cristina di Borbone, moglie di
Vittorio Amedeo I, che aveva assunto la reggenza del ducato di Savoia e aveva
perseguito una politica di sradicamento dell’eresia valdese, per rafforzare il
proprio potere; il brutale massacro è noto come Pasque piemontesi (aprile
1655); e Cristina era sorella di Enrichetta Maria, moglie di Carlo I,
d’Inghilterra (ndr.).
SECONDO MAX WEBER
GLI UOMINI D’AFFARI
ERANO TUTTI CALVINISTI
FRANCOFORTE LA CITTA’
FIGLIA DI ANVERSA
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A |
bbiamo accertato, scriveva T.-R.,
che verso la metà del XVII sec.,
tanto nei paesi cattolici, quanto in quelli protestanti, i principali uomini
d’affari erano calvinisti; costituivano una forza internazionale, l’élite
economica d’Europa.
Essi soli, a quanto sembra, erano in grado di dare impulso al
commercio e all’industria, e in tal modo, di disporre grandi somme di danaro,
per finanziare eserciti e reinvestire in altre grandi iniziative economiche. Di
fronte a questi fatti, è facile supporre l’esistenza di un rapporto diretto tra
la confessione religiosa e la loro attività economica, ma prima di dare, avventatamente, una simile conclusione, faremmo bene
a esaminare con attenzione il quadro che abbiamo abbozzato.
Dobbiamo applicare
parametri storici, dei quali, il sociologo Weber fece a meno; e, in
particolare dobbiamo individuare il denominatore comune degli uomini d’affari
calvinisti, che conosciamo effettivamente.
Da qui T.-R., si poneva la
domanda: Fu forse il calvinismo, del tipo definito da Weber? E in caso
contrario, quale fu?
Il primo luogo, egli risponde, è certo che gli uomini da noi
citati, non furono calvinisti ortodossi. Lo era, Luigi de Geer, che fin da
quando a La Rochelle aveva fatto voto di
servire Dio con tutte le ricchezze, che avesse potuto accumulare nel corso di
una vita di onesti commerci, aveva
mostrato una fede calvinista ferma e illuminata. Protesse studiosi
calvinisti, aiutò generosamente ministri calvinisti espulsi, e non risulta che
in tutta la sua carriera di finanziere abbia mai fornito denaro a un nemico
della causa calvinista; ma in così intransigente fede calvinista, de Geer,
costituiva un’eccezione. Il suo omologo Hans de Witte, pur professandosi
calvinista fimo alla morte, fu il peggior calvinista possibile. Non soltanto si
mise al servizio dei gesuiti e delle potenze cattoliche, contro il movimento protestante
europeo, ma fece impartire il battesimo cattolico al figlio, di cui fu padrino
Wallenstein, terrore dei protestanti europei.
Non molto migliore fu il calvinista François Grenus. Per quanto
riguarda Herwarth, non è neppure sicuro che fosse calvinista; come
naturalizzato francese era considerato “ugonotto”,
ma quando divenne francese, era già un uomo di mezza età; era nato in Germania
da famiglia luterana, e Mazarino lo aveva trovato al servizio di un principe
luterano, probabilmente luterano.
Evidentemente, lo stesso Weber, avrebbe rifiutato di adottare
come criterio, la semplice ortodossia religiosa.
Il suo modello di calvinista, non era un credente osservante e
nemmeno un praticante, piuttosto un tipo
sociale, la cui personalità, pur formata originariamente dall’insegnamento
calvinista, poteva facilmente essersene allontanata. Per confermare la sua
teoria, dovremmo dunque cercare, non tanto la fede religiosa, quanto quel
sedimento morale che essa può lasciare quando è scomparsa.
A giudizio di Weber, questo sedimento morale del calvinismo era “l’ascesi mondana”: vita frugale, rifiuto
di acquistare terre o titoli, disprezzo per il modo di vita “feudale”. Purtroppo, quando cerchiamo la
presenza di questo sedimento negli
uomini d’affari calvinisti secenteschi che conosciamo, siamo ancora una volta,
delusi.
In realtà, tutti i grandi capitalisti calvinisti, vivevano
sontuosamente. Forse, i mercanti calvinisti olandesi, non compravano proprietà
fondiarie in Olanda, dove vi era poca terra da acquistare, ma all’estero non si
ponevano limiti; persino Luigi de Geer, comperò in Svezia terre “la cui estensione superava i domini di molti
piccoli principi tedeschi”; acquistò un titolo nobiliare e fondò una delle
più grandi casate svedesi.
Altrettanto fecero gli altri grandi capitalisti olandesi,
stabilitisi in Svezia: i fratelli Momma, Peter Spering, Marin Wewitzers, Conrad
van Klenck; Hans de Witte acquistò un titolo nobiliare ereditario e vaste
proprietà in Boemia; al colmo del successo, possedeva tre baronie, dodici
feudi, quindici proprietà fondiarie e cinquantanove villaggi.
Barthélemy d’Herwart, praticava ancor meno quell’ascetismo
puritano che caratterizzava il tipo ideale weberiano.
Come residenza di città, aveva acquistato per cento ottantamila livres l’Hotel d’Epernon e considerando questo, palazzo di un duca e pari di
Francia, inadeguato ai suoi gusti sfarzosi, aveva scandalizzato la società
parigina, abbattendolo e ricostruendone un altro più sontuoso. Come villa suburbana, aveva
acquistato la Maison de Gondi a Saint-Cloud, dove Caterina de’ Medici aveva
tenuto le sue feste ed Enrico III era stato assassinato e la rivendette al
sovrano per duecento cinquantamila livres.
Come casa di campagna, comprò il castello di Boios-le Vicomte. già residenza
del cardinale Richelieu, di Gastone d’Orleans e della Grande Mademoiselle.
In queste magioni il finanziere protestante ricevette teste
coronate e si abbandonò, assieme ai suoi amici, alla passione del gioco per cui
fu famoso e fu condannato persino dalla tollerante Corte di Luigi XIV: Questi
erano, nella vita reale, gli uomini, concludeva T.-R., il cui tipo astratto sarebbe stato
caratterizzato da quella, che Weber definiva “ascesi nazionale mondana”.
Ma, proseguiva T.-R.: Se il comun denominatore dei grandi capitalisti
calvinisti della metà del Seicento,
non fu la fede calvinista, e neppure la sua presunta manifestazione sociale:- Che
cosa mai li accomunò?
Ed ecco la sua risposta: Se li studiamo attentamente individuiamo
subito alcuni fatti evidenti. In primo luogo, buoni o cattivi calvinisti che
fossero, la maggior parte di loro non era nata nel paese in cui operavano; né
l’Olanda, né la Scozia, né Ginevra, né infine, il Palatinato; le quattro
società, palesemente calviniste – produssero direttamente i loro uomini
d’affari.
Tutti questi grandi uomini d’affari, erano immigrati. In secondo
luogo, la maggioranza di costoro era originaria dei Paesi Bassi; alcuni, forse,
erano calvinisti perché nati colà.
De Geer, i fratelli Momma e Spiering in Svezia; la famiglia Marcelis,
in Danimarca; Hoeufft in Francia; de Witte, in Boemia, erano tutti originari
dei Paesi Bassi, come lo erano tutti gli pseudo-anseatici delle coste baltiche
e i mercanti, recentemente arricchiti delle città renane. Possiamo a buon diritto affermare, con la massima autorità sull’argomento (H. Kellerenz, Spanien) proseguiva T.-R., che
il vecchio sistema della lega anseatica, si era intrecciato con un nuovo
sistema, che mise tutte queste città in posizione di dipendenza, rispetto agli
uomini d’affari olandesi”. Se poi procediamo a un esame più attento,
scopriamo che questi oriundi dai Paesi Bassi, appartenevano generalmente a una
categoria particolare in seno alla repubblica olandese; anche qui essi erano
degli immigrati e lo erano stati anche i loro padri. Erano “fiamminghi” e cioè immigrati dalle
province sotto il dominio spagnolo, oppure provenivano dal principato vescovile
di Liegi.
E’ ben noto in quale misura, la nuova proprietà di Amsterdam,
dopo il 1600, sia dovuta agli emigrés provenienti
da Anversa; Amsterdam nel XVImo sec. era un centro peschereccio e marittimo e,
in un mondo dominato dal commercio internazionale dell’alta finanza, aveva
avuto scarsa importanza fino alla riconquista di Anversa, da parte di
Alessandro Farnese, nel 1585.
La prima polizza di
assicurazione marittima emessa ad Amsterdam è del 1592, ed era stata
probabilmente introdotta dai più esperti meridionali – il famoso Isaac le Maire
di Tournai e Jacob de Velaer di Anversa – che figurano tra i suoi firmatari.
Prima del 1600, ad Amsterdam non esistevano banchieri; la Banca di Amsterdam, fondata nel 1609 e la Borsa, fondata nel 1611,
dovettero la loro esistenza alla immigrazione fiamminga. Peeter Lintgens, uno
dei fondatori della Compagnia olandese
delle Indie orientali, aveva trasferito ds Amsterdam ad Anversa la sua Compagnia di navigazione e si assicurazioni,
con la sua rete di relazioni internazionali. I più famosi, tra i grandi uomini
d’affari olandesi di quei tempi – Isaac le Maire, Rirckvan Os, Balthasar
Moucheron, Baptis Oyens, Peter Lintgens, Willem Usselincx, Isaac Coymans, Johan
van der Veken – erano tutti fiamminghi. Furono costoro gli artefici – molto più degli
olandesi di nascita – della prodigiosa e rapida prosperità olandese.
Se furono i fiamminghi a creare la nuova ricchezza dell’Olanda,
furono sempre loro che, dall’Olanda andarono a formare l’élite degli uomini d’affari calvinisti olandesi sparsi nel resto
dell’Europa. La vita economica d’Amburgo, come abbiamo visto, era dominata
dagli olandesi, almeno diciannove di questi trentadue, erano fiamminghi. Delle
trentasei famiglie che dominavano il commercio iberico – che costituì nel primo
Seicento, la base della spettacolare
proprietà di Amburgo – quasi due terzi provenivano da Anversa e il resto
da Liegi o dalla Vallonia industriale.
FRANCOFORTE
FIGLIA DI ANVERSA
COLONIA BELGA
E LA SVIZZERA CALVINISTA
|
I |
n Svezia de Geer, in Boemia de Witte, potevano anche esser
considerati olandesi, ma il primo era nato a Liegi e il secondo era un
fiammingo di Anversa. I più ricchi capitalisti che ai Paesi Bassi si
trasferirono a Francoforte erano i fiamminghi, e già nel 1600, avevano una
maggioranza di due terzi nell’oligarchia dominante della città; furono essi,
che, come scrive lo storico di quella oligarchia – trasformarono il periodo
1585-1603, nella “seconda età dell’oro di
Francoforte come colonia belga”, la
città figlia di Anversa. A Emden il commercio era in massima parte, nelle
mani di uomini provenienti da Anversa. Wesel, era chiamata “la piccola Anversa”.
Lungo il Reno, furano uomini d’affari di Anversa e di Liegi quelli che,
portandosi dietro di loro operai transfughi, fondarono prima le manifatture di
panno, poi le industrie estrattive, e in tal modo, crearono nuove fonti di
ricchezza per le popolazioni cattoliche locali.
Neppure nella Svizzera calvinista, furono i calvinisti locali a
fondare le nuove industrie: per tutto un secolo, dopo Calvino, non appare sulla
scena un solo grande uomo d’affari svizzero; François Grenus, che aveva
prosperato tra il 1640 e il 1650, fu il primo, se davvero fosse stato svizzero,
e non un immigrante vallone. L’industria svizzera era stata creata quasi
interamente da immigrati, il più famoso dei quali, era stato l’ebreo convertito
Marcus Perez, che, si era offerto di trasformare Basilea nel nuovo centro
economico europeo, a danno di Anversa, la città natale che aveva abbandonato.
Nel Palatinato calvinista, troviamo una situazione identica.
Persino la Scozia, dove il clero calvinista si opponeva tenacemente ad ogni
attività economica; furono gli immigrati fiamminghi, che nel 1588 cercarono di
gettare le basi del capitalismo industriale moderno, l’industria del panno.
Sarebbe facile moltiplicare gli esempi, scriveva ma il quadro generale, secondo T.-R., era
chiaro. Quando Weber, come prova dell’esattezza della sua tesi, aveva osservato
che ad Amburgo, la più vecchia famiglia di finanzieri, era calvinista e non
luterana, o quando Slinghsby Bethel, aveva sottolineato che nelle città
settentrionali della Germania, che egli ben conosceva, gli elementi attivi del
mondo degli affari erano “riformati” e
non luterani, essi non fecero altro che prendere atto della diaspora olandese,
o meglio. fiamminga. Inoltre, benché i protagonisti di quella diaspora fossero
in massima parte calvinisti, essi non erano, necessariamente, tali.
Così, i più ricchi di tutti i rifugiati che giunsero a
Francoforte, furono i così detti marinisti, i luterani di Anversa; una dozzina
di costoro, ci dicono, avrebbe potuto comperare tutti i calvinisti, messi
insieme. L’uomo più ricco che fosse vissuto a Francoforte dopo il 1580, fu
probabilmente un luterano, ma di Anversa. Anche ad Amburgo, alcuni dei mercanti
olandesi immigrati, erano luterani come i de Meyer e i Marthiessen. A Colonia,
i due più grandi finanzieri immigrati,
Nicolas de Groote e Georg Kessler, non erano calvinisti, ma cattolici e
provenivano da Anversa. Analogamente, scriveva T.-R., i fondatori delle nuove
industrie estrattive, non erano necessariamente calvinisti, ma in generale,
provenivano da Liegi. L’industria del ferro della Biscaglia era stata
organizzata dal re degli industriali di Liegi, Jean Curtius. Il grande pioniere
dell’industria estrattiva renana Jean Mariotte, era un cattolico, ma un
cattolico di Liegi. Palesemente, tutti questi uomini erano accomunati dal fatto
di provenire dalle Fiandre e da Liegi, piuttosto che dalle loro opinioni
religiose.
Una volta stabilito questo fatto, s’impongono immediatamente
nuove direttici di ricerca. Invece di prendere in considerazione, in primo
luogo, la confessione religiosa dei finanzieri e degli industriali, possiamo
concentrare la nostra attenzione sulle loro origini geografiche; e appena ci
muoviamo in questa direzione – appena smettiamo cioè di occuparci di quelli tra
loro che sono calvinisti – ci accorgiamo
subito che la loro azione non è circoscritta alle Fiandre.
Analizzando la classe imprenditoriale delle nuove città
“capitalistiche” del XVII sec., scopriamo ben presto che essa è costituita in
misura prevalente di immigrati, e che costoro, indipendentemente dalla loro
confessione religiosa, provengono soprattutto da quattro zone. Anzitutto
troviamo i fiamminghi, col cui calvinismo Weber, in definitiva, aveva difeso la
sua tesi. In secondo luogo, troviamo gli ebrei provenienti da Lisbona e
Siviglia, che Sombart contrappose ai calvinisti weberiani, In terzo luogo, i
tedeschi meridionali, provenienti soprattutto da Augusta; infine, gli italiani,
originari in prevalenza di Como, Locarno, Milano e Lucca. I rapporti quantitativi,
variano secondo i luoghi. Ad Amburgo e nel Baltico, prevalevano i fiamminghi,
seguiti dagli ebrei; la geografia e gli antichi rapporti con la Spagna, spiegano
facilmente il fenomeno. In Francia, troviamo un numero maggiore di tedeschi
meridionali che vi giunsero attraverso le sedi locali delle grandi case familiari del Cinquecento.
Tra costoro, Barthéelemy d’Herwarth, che giunse in Francia
attraverso Lione e il cattolico Eberhard Jabach, famoso per la sua magnifica
pinacoteca, che vi giunse attraverso Colonia. In Svizzera prevalevano gli
italiani: Turretini, Duni Balbani, Arnolfini, Burlamacchi, Calandrini,
Minutoli, Diodati, Appiani, Pellizzari. Furono costoro, e non i discepoli di
Calvino, i primi artefici della ricchezza svizzera che essi continuarono a
produrre, senza ricevere grandi aiuti da una nuova ondata di immigrazione,
quella degli ugonotti francesi.
LA SCUOLA TEDESCA E
I CENTRI DEL CAPITALISMO
EUROPEO NEL 1500
|
A |
nversa, Liegi, Lisbona, Augusta, Milano, Lucca ...; basta fare
questi nomi, scriveva T.-R., per comprendere che cosa fosse accaduto. Erano i nomi
dei principali centri della storia economica europea, quelli che alla vigilia
della riforma, erano gli eredi del capitalismo medievale; i promettenti
iniziatori del capitalismo moderno.
Prima della rivoluzione industriale, infatti, la produzione
capitalistica su larga scala, dipendeva dai traffici commerciali internazionali
e da due grandi industrie, quella del panno e quella mineraria.
Nel medioevo, grazie ai traffici internazionali dell’Italia,
l’industria del panno era stata creata in questo paese e nel suo magazzino
settentrionale, le Fiandre. Con l’accumulazione di capitali, resa possibile in
tal modo, i capitalisti italiani e fiamminghi erano riusciti a sviluppare
industrie più costose, ma, in ultima analisi, più proficue d’Europa.
Entro il 1500, tutte le tecniche del capitalismo industriale,
erano concentrate in poche città situate lungo la vecchia strada renana. che
univa le Fiandre all’Italia. A una estremità era Anversa, erede di Bruges e
Gand, che controllava la vecchia industria fiamminga del panno e finanziava le
industrie estrattive di Liegi; all’altra estremità erano le città italiane: i
centri commerciali finanziari di Venezia e Genova; quelli industriali di Milano
e Firenze. A questi, si erano aggiunti due
nuovi centri: Augusta, la cui industria del panno, aveva consentito la nascita
dell’enorme sovrastruttura finanziaria dei Fugger e di altre famiglie,
permettendo loro di rivaleggiare persino con Anversa, mediante la
concentrazione, nelle loro mani, dell’industria estrattiva dell’Europa
centrale; e Lisbona, capitale del nuovo impero commerciale di dimensioni
mondiali, che aveva possibilità di scambi internazionali impensabili nel
passato.
Questi erano i centri del capitalismo europeo nel 1500. Per una
ragione o per l’altra, tra il 1550 e il 1620 la maggior parte di essi vennero
sconvolti e le tecniche segrete del capitalismo, trasferite in altre città per
essere applicate in nuovi paesi.
Questa non è naturalmente la nuova posizione della scuola tedesca.
Marx, Weber e Sombart, erano tutti ugualmente convinti che nel
XVI sec.,vi fosse una nuova forma di capitalismo; essi pensavano che la
produzione medievale fosse soltanto una “piccola
produzione” e che solo dopo la Riforma fosse stata possibile la produzione
industriale su larga scala. Quindi la Riforma, il capitalismo industriale e lo
sviluppo economico delle potenze protestanti fossero fatti sincroni.
Partendo da questa impostazione, era facile ipotizzare
l’esistenza di rapporti casuali.
Oggi tuttavia pochi studiosi
credono ancora in questa subitanea esplosione cinquecentesca del capitalismo industriale. Le nostre
conoscenze del capitalismo medievale italiano e fiammingo, sono oggi più che
esaurienti. Le ditte di Benedetto Zaccaria a Genova, di Roger de Boinebroke a
Gand, dei grandi mercanti di panno e dei banchieri di Firenze, usavano metodi
altrettanto “razionali” e avevano
strutture altrettanto “burocratiche”
di qualsiasi azienda capitalistica
moderna; e se i fondatori di queste ditte medievali erano a volte personaggi
immorali – avventurieri capitalistici
ebrei, piuttosto che asceti mondani –
ebbene, non molto diversi (ora lo sappiano), erano i de Geer e i de Witte
calvinisti del XVII sec. .
L’idea che la produzione industriale capitalistica su larga
scala, fosse ideologicamente impossibile, prima della Riforma. è smentita dal
fatto stesso della sua esistenza. Fino all’invenzione delle macchine a vapore,
le possibilità di azione del capitalismo industriale, furono evidentemente
limitate, ma entro quei limiti esso probabilmente raggiunse il punto più alto,
dell’epoca dei Fugger. In seguito si verificarono sconvolgimenti che spinsero i
grandi capitalisti a emigrare con le loro capacità e i loro lavoratori, in
nuovi centri. Ma non vi è alcuna ragione di supporre che quegli sconvolgimenti,
qualunque fosse la loro natura, creassero un nuovo tipo di uomo o rendessero
possibile un nuovo tipo di capitalismo, impossibile nel passato. In realtà le
tecniche capitalistiche applicate nei paesi protestanti, non erano nuove.
Il secolo che va dal 1520 al 1620 è particolarmente povero di
innovazioni in questo campo. Le tecniche importate dai fiamminghi in Olanda,
Svezia, Danimarca e dagli italiani in Svizzera e a Lione, erano le vecchie
tecniche del capitalismo medievale, così come erano state perfezionate alla
vigilia della Riforma e applicate in nuove regioni. Questo è tutto.
Ma è davvero tutto? Si chiede T.-R.: E risponde: Affermandolo,
possiamo aver eliminato le impostazioni errate, ma non abbiamo ancora risolto il
problema: Lo abbiamo semplicemente
spostato.
Per Marx, Weber e Sombart, egli dice, che consideravano non
capitalistica l’Europa medievale, il problema era di scoprire perché il sistema
capitalistico fosse nato nel XVImo sec.. Per noi, che crediamo che l’Europa
cattolica, almeno fino alla Riforma, fosse perfettamente in grado di creare un’
economia capitalistica, il problema è di sapere perché nel XVImo sec. tante
componenti essenziali di una simile economia – non soltanto imprenditori, ma
anche lavoratori - abbandonarono i
vecchi centri, prevalentemente situati in paesi cattolici, ed emigrarono verso
nuovi centri, distribuiti soprattutto nei paesi protestanti. E questo è un
problema in larga misura, religioso.
Possiamo indicare molte ragioni, non religiose: la pressione
delle restrizioni corporative nei vecchi centri; la facilità con cui
imprenditori e lavoratori (a differenza dei proprietari fondiari o dei
contadini), potevano emigrare; le nuove probabilità che già si offrivano
nell’Europa settentrionale.
Ma se tutte queste ragioni, possono spiegare casi singoli, non
valgono a spiegare il movimento generale, perché, dopotutto, se è vero che in
gran parte questi uomini potevano abbandonare con facilità il loro paese, non
lo fecero di propria volontà: ma furono espulsi per motivi religiosi.
Gli italiani che fuggirono oltr’alpe da Milano e da Como, erano
soprattutto mercanti di panno e operai di quelle manifatture che temevano di
essere perseguitati per le loro opinioni religiose.
Gli italiani che fondarono
l’industria serica svizzera, erano mercanti di seta che avevano subito la
pressione dell’Inquisizione romana, non sui loro telai, ma sulle loro posizioni
eretiche.
I fiamminghi che
abbandonarono i Paesi Bassi meridionali, per rifugiarsi nel Nord, erano operai
dell’industria rurale del panno che sfuggivano alle persecuzioni del Tribunale del sangue, del duca d’Alba,
oppure abitanti di Anversa ai quali Alessandro Farnese imponeva la scelta tra
la fede cattolica e l’esilio.
Tutti questi uomini, che in passato avevano lavorato
pacificamente, come i loro antenati, nelle Fiandre o nell’Italia cattoliche,
ora non riuscivano più a sopportare il cattolicesimo; le ragioni economiche
possono spiegare la direzione del loro movimento, ma furono motivi religiosi
quelli che li costrinsero ad emigrare. Dobbiamo chiederci che cosa fosse
successo perché si creasse questo nuovo abisso tra il cattolicesimo del XVI
sec., e i capitalisti e i lavoratori di quell’epoca: un abisso assolutamente
sconosciuto alla Chiesa, così come ai capitalisti e lavoratori medievali.
LA POSIZIONE RELIGIOSA
ERASMIANA
E IL CARATTERE
ERASMIANO DEL CALVINISMO
|
D |
i fronte a questo problema, proseguiva T.-R., è opportuno
chiederci quale fosse la posizione religiosa di coloro che erano protagonisti
attivi della vita economica del Cinquecento:
sostanzialmente, la possiamo definire, per mancanza di un termine migliore, una
posizione “erasmiana”. Vorrei poter
trovare, precisava T.-R., un termine più esatto che possa
essere applicato all’Italia, come all’Europa settentrionale (dato che le
caratteristiche erano generali), ma, non mi è possibile.
Mi si consenta quindi di chiarire che quando parlo di “erasmismo” non intendo riferirmi
specificamente alle dottrine di Erasmo, ma piuttosto a quelle posizioni
generali alle quali i primi riformatori, e in particolare Erasmo, diedero forma
esplicita.
Questi erasmiani, erano
cristiani e cattolici, e respingevano, o ignoravano, gran parte della nuova
impalcatura esteriore del cattolicesimo ufficiale; impalcatura che, in quanto
assorbiva energie, costituiva uno spreco di tempo e immobilizzava ricchezze,
senza avere alcun rapporto necessario con la religione, era criticata dalle
persone colte, non meno che dai devoti e dagli uomini d’azione.
Sicché, al posto della “religione
meccanica” e del monachesimo che
aveva finito per rappresentarla, gli erasmiani
esaltavano il “cristianesimo
primitivo”, il culto privato, lo studio della Bibbia, e credevano intensamente
nella santificazione della vita secolare.
Respingendo le pretese eccessive del clero, il quale sosteneva
che la condizione sacerdotale, o monastica, fosse di per sé, più santa di
quella secolare, i laici esaltavano il matrimonio, affermando che esso non
fosse una semplice concessione alla natura umana corrotta, ma uno stato
religioso non meno santo del celibato ecclesiastico ed esaltavano la vocazione
secolare, sostenendo che, se santificata
dalla fede interiore, nella sua pratica quotidiana, era non meno santa del
sacerdozio.
Questa fede, nel valore religioso attivo di una vocazione laica,
fu considerata da Weber, l’essenza dell’ “etica
protestante”, la condizione
necessaria per la nascita del capitalismo industriale. Coerentemente,
con la sua impostazione, che collocava nel XVI sec. la nascita di una nuova
idea rivoluzionaria, Weber ne attribuì a Lutero, l’enunciazione verbale e a
Calvino, il valore effettivo.
Ma in realtà, benché Weber avesse indubbiamente ragione a
individuare nell’idea di “vocazione”
un fattore essenziale per la nascita del capitalismo, aveva certamente torto
nel ritenere che questa fosse un’idea esclusivamente protestante. Il suo
ragionamento filologico, è notoriamente errato, e in effetti quell’idea era
diffusa prima del protestantesimo.
La ritroviamo costantemente nelle opere di Erasmo, il quale esalta sempre l’autentica,
interiore religione del laico, che vive la sua vocazione, cui contrappone
la comunione dei monaci indolenti, i quali, pretendevano di essere depositari
di una maggiore santità, solo per l’abito che indossavano e per il “culto meccanico” che praticavano.
In tutto ciò, non vi era nulla di particolarmente eretico.
Portata alle estreme conseguenze, la dottrina erasmiana avrebbe potuto
sovvertire l’ estabishment
ecclesiastico; messa in pratica, avrebbe portato a una diminuzione quantitativa
del clero, ridotto l’influenza dei preti sui laici, limitato i loro mezzi di
propaganda, bloccato le fonti della loro ricchezza.
Dato però che il sorgere di quella dottrina era stato provocato dallo
scandaloso numero dei preti, e dalla non meno scandalosa, loro potenza e
ricchezza, in tempi normali, essa non sarebbe stata portata alle estreme
conseguenze. Né, d’altra parte, era una dottrina, o meglio, un atteggiamento
mentale, limitato ai soli ceti mercantili; si trattava di una posizione che
esercitava un forte potere di attrazione, in generale, sui laici colti. Erasmo
aveva amici e protettori tra i principi e i loro funzionari, e perssino tra gli
ecclesiastici oltre che nel ceto mercantile.
Tuttavia la dottrina erasmiana, esprimeva un atteggiamento che,
in un certo senso, era tipico della bougeoisie.
In momenti di crisi, i principi erasmiani (come Carlo V), avrebbero fatto
passare in primo piano la “ragion di
stato”: avrebbero portato (come fece lui), il loro privato erasmianesimo, fino alla tomba, ma
avrebbero esitato ad attaccare gli interessi costituiti della Chiesa, così
profondamente intrecciati con quelli
del trono, ed anzi, dell’ordine sociale.
Funzionari e giuristi erasmiani, in quanto classe, avrebbero
seguito il loro principe. Nell’ambito delle classi colte, i ceti mercantili
urbani, non i grandi appaltatori fiscali e i fornitori dello Stato, legati
economicamente alla Corona o alla Chiesa, ma gli imprenditori veramente
indipendenti e sicuri di sé – erano più liberi di rimanere fedeli alla loro
filosofia fino alle sue logiche conclusioni, se fossero stati costretti a
farlo.
Nei decenni della Riforma, costoro, appunto, furono costretti a
compiere questa scelta. In quegli anni gli abusi della Chiesa spinsero i suoi
critici ad assumere posizioni estreme, e gli erasmiani, chiunque fossero, si
sentirono obbligati ad arrendersi a discrezione, oppure ad ammettere di essere
eretici.
Coloro che scelsero la seconda alternativa, divennero calvinisti,
perché Calvino era l’erede di Erasmo, molto più di quanto venga generalmente
ammesso: l’erede di un’epoca più tollerante, è vero, l’erede che deve
combattere per difendere la propria eredità e il cui carattere viene
trasformato nella lotta, ma che è sempre sostanzialmente, l’erede.
Se seguiamo le vicende di Calvino
o leggiamo le sue opere, ci torna sempre alla memoria Erasmo. Calvino fu
nutrito di insegnamenti erasmiani; pubblicò la sua opera maggiore nell’ultima
città in cui aveva vissuto Erasmo; alcuni dei suoi scritti sono quasi plagiati
da opere erasmiane.
Come Erasmo, e a differenza di Lutero, Calvino credeva in una
Chiesa visibile riformata; la gerarchia, non avrebbe dovuto essere distrutta,
ma parificata, resa più efficiente e dinamica. Ovunque, la bourgeoisie erasmiana non abdicò completamente alle sue posizioni,
divenne calvinista perché questo era il solo modo di difenderle.
L’aristocrazia mercantile di Venezia, mantenendo intatta la sua
condizione repubblicana, riuscì a conservare il primo antico carattere, né
papista, né protestante. Ma quella di Milano, Como, di Lucca non vi riuscì,
sicché i più intraprendenti tra le sue file scivolarono gradualmente nel
calvinismo o, almeno, rifugiandosi al di là delle Alpi, in Svizzera,
accettarono (quali che fossero le loro riserve naturali), la direzione politica
dei calvinisti, la sola Internazionale che potesse dare
protezione e coesione a un gruppo di minoranze urbane la cui forza dipendeva,
non dal numero, ma dalle qualità morali e intellettuali.
LA MUTAZIONE
CHE GIUSTIFICAVA
LA RELIGIONE DEL LAICO
SENZA LA MEDIAZIONE
DEL SACERDOTE
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C |
osì avvenne il mutamento. Esso, scriveva T.-R., non era stato il
prodotto del calvinismo – che affermava, avrebbe creato un tipo nuovo di uomo,
il quale, a sua volta avrebbe creato il capitalismo – ma dipese dal fatto che
la vecchia élite economica europea, era stata costretta
ad assumere posizioni eretiche, perché,
l’atteggiamento mentale che le era stato proprio, delle generazioni (e che per
generazioni era stato tollerato), in alcune regioni era stato dichiarato
improvvisamente eretico e intollerabile.
Se la Chiesa romana e lo Stato spagnolo non avessero
repentinamente deciso di perseguitare le opinioni di Erasmo e di Vives, di
Ochino e di Vermigli, di Castellione e di Sozzini, le aristocrazie di Anversa,
Milano, Lucca e Siviglia (*), avrebbero indubbiamente continuato, come quella
di Venezia, a mantenere posizioni ideologiche ortodosse, come nel passato, con
differenze impercettibili.
Gli abusi di Roma spinsero invece le aristocrazie mercantili, ad
assumere atteggiamenti che la terrorizzata corte romana, aveva giudicato
decisamente eretici.
La fede giustificante questa
ortodossia paolina, che consacrava la “religione
interiore” la religione del laico, senza la mediazione del sacerdote, non
era forse la stessa dottrina di cui Lutero si serviva per scatenare la rivolta
in tutta l’Europa, la rivolta contro Roma?
Possiamo comprendere perché Roma si lasciò cogliere dal panico.
Considerare però risolto il problema, affermando che una crisi
temporanea aveva determinato per tre secoli un mutamento di fondo nella
struttura economica europea, sarebbe imperdonabilmente superficiale.
Ci dobbiamo chiedere perché i principi secolari, assecondarono il
panico della chiesa e perché mai i finanzieri calvinisti transfughi, abbandonarono
tanto facilmente, e in modo permanente, i centri economici europei. Dopo tutto,
il papato, durò relativamente poco. I principi cattolici (come dimostrava il
caso de Witte) erano disposti a fare concessioni agli eretici economicamente
importanti e dopo una generazione, gli uomini d’affari calvinisti, avevano
perduto in genere, la loro purezza dottrinale.
Se de Witte era stato disposto a servire Wallenstein e a far
impartire il battesimo cattolico al proprio figlio; se i mercanti d’Amburgo
erano stati disposti a lavorare per il re di Spagna, non vi è ragione alcuna,
di supporre che in un clima più tollerante, avrebbero rifiutato risolutamente
di tornare alla loro vecchia fede. Oltretutto non sempre si erano trovati a
loro agio nei paesi calvinisti.
Il calvinismo era nato, è vero, come una forma di erasmianesimo armato per le battaglie;
nei primi decenni di vita attrasse l’élite
europea, ma ben presto, man mano che
aveva allargato le sue basi, aveva mutato il suo carattere e il suo livello si
era abbassato.
Già nel 1600 il calvinismo era la religione non solo dei laici
colti, ma anche dei nobili ambiziosi e di piccoli signorotti rurali; era spesso
dominato da ecclesiastici fanatici, non molto migliori degli inquisitori
frateschi, contro i quali nel passato aveva costituito una protesta. Per
sfuggire a questa compagnia, gli intellettuali calvinisti puri, si convertirono all’arminianesimo (**) in Olanda e al puritanesimo in Inghilterra.
Inoltre, nel mondo cattolico, era nato un nuovo ordine religioso,
che cercava di conquistare l’élite laica:
i gesuiti che agli inizi erano stati giustamente considerati dai vecchi ordini,
francescano e domenicano – punte avanzate della Controriforma – pericolosi
continuatori dell’odiato messaggio, nemici delle strutture ecclesiastiche,
adulatori della religione laica e, in sostanza, erasmiani.
Porre questi problemi, riferiva T.-R., significa spaziare ben al
di là del campo specificamente dottrinale e formulare importanti interrogativi
sociologici, che finora non hanno ricevuto risposta. Significa chiedersi perché
le idee di Erasmo o di un Ochino, preoccupassero la Corte di Roma all’epoca
della rivolta di Lutero, bensì quale fosse la struttura dello Stato
controriformista, che soffocò quella rivolta. Giacché si torna sempre allo
stesso problema: i capitalisti calvinisti e, da questo punto di vista, anche
quelli ebrei dell’Europa settentrionale, non costituivano una nuova specie
indigena, ma un’unica specie trapiantata.
Weber, considerando lo “spirito
del capitalismo” come qualcosa di nuovo, le cui origini debbono essere
ricercate nel XVImo sec., rovesciò
il problema. Nuovi non sono i
capitalisti, ma gli avvenimenti che li costrinsero ad emigrare. Ed essi furono
scacciati, non soltanto dai preti, per ragioni dottrinarie – anche se queste
fornirono il pretesto e gli strumenti dell’espulsione – ma, dal momento che la
religione di stato è espressione di un’ideologia sociale, dalle società stesse,
che avevano assunto nei loro confronti, una posizione di assoluta ostilità.
Nel XVImo sec., in Italia e nelle Fiandre, che per secoli
erano stati centri del capitalismo
mercantile e industriale, le strutture sociali si trasformarono a tal punto da
non poter più tollerare uomini che, nel passato, avevano fatto di questi paesi,
il cuore economico d’Europa.
L’espulsione di calvinisti dalle regioni dominate dalla Spagna, o
subordinate al suo protettorato – perché tanto l’Italia, che le Fiandre, entro
il 1550, erano cadute sotto il dominio spagnolo – è stato un fenomeno sociale
paragonabile all’espulsione dalla Spagna,, nello stesso periodo, di altri
elementi socialmente assimilabili, i moriscos
e gli ebrei.
In altre parole, dobbiamo cercare la soluzione del nostro
problema, non tanto nel protestantesimo e nei capitalisti espulsi, quanto nel
cattolicesimo e nelle società che di costoro si vollero liberare.
Dobbiamo chiederci, quale carattere ebbe la trasformazione
sociale intervenuta nelle società cattoliche del XVImo sec., e che si manifestò
prevalentemente nei paesi che appartenevano alla sfera d’influenza spagnola.
Per es., non si manifestò in Francia, almeno fino a quando Luigi XIV, non
espulse gli ugonotti, con conseguenze, tanto per la società francese, che per
il resto dell’Europa, molto simili a quelle, che ebbero le espulsioni del XVImo
sec. .
D’altro canto non fu un fenomeno circoscritto all’impero
spagnolo, poiché troviamo un processo analogo di emigrazione, se non di
effettiva espulsione, anche in altri paesi cattolici: per esempio, si ebbe un
esodo graduale dal principato vescovile indipendente di Liegi.
Né, d’altra parte, il fenomeno dipese esclusivamente da fattori
religiosi, come dimostra il caso dell’Italia, dove i capitalisti cattolici, che
avevano cercato di mantenersi entro i limiti dell’ortodossia, si accorsero
tuttavia, che la loro proprietà era incompatibile, non con le dottrine, ma con
le strutture sociali della Controriforma.
L’esempio tipico è naturalmente Venezia. La società mercantile
cattolica veneziana, lottò con sorprendente spirito di solidarietà contro i
vari tentativi di indurre le strutture sociali
della Controriforma; la resistenza opposta all’inizio del XVImo sec.,
dalla repubblica, contro le pressioni congiunte del papa e della Spagna, era
una lotta, non tra due religioni, ma tra due strutture sociali.
Quando infine, nel 1630 la repubblica s’indebolì, la
Controriforma prese il sopravvento e la vita commerciale appassì.
Lo stesso contrasto, può essere osservato, su scala minore, anche
nella repubblica di Lucca dove Cosimo I aveva rinunciato a conquistarla, in quanto,
avendo assistito alla fuga dei mercanti di seta di fronte alla pressione
vaticana, non desiderava costringere ad emigrare, anche quelli che erano
rimasti.
*) Siviglia, l’umico grande centro
commerciale spagnolo, fu anche centro dell’erasmianesmo
spagnolo. Questo movimento fu distrutto nel 1558-1559 con la grande
epurazione dei gerolimini e la fuga di diciotto monaci all’estero, sopratutto a
Ginevra. Nota di T-R..
**) Dottrina teologica protestante fondata da Jacobus Arminius che si
opponeva alla concezione calvinista della predestinazione assoluta.
IL CAPITALISMO MEDIEVALE
LE CITTA’ STATO
GOVERNATE DAI MERCANTI
CATTOLICI E
LA RIVOLTA DI LUTERO
|
T |
-R., passa ad esaminare il capitalismo medievale, consistente nella
creazione delle città-stato repubblicane
indipendenti, quali, le città fiamminghe del Nord, quelle
italiane del Mediterraneo e al centro, quelle renane e della Germania
meridionale.
In queste repubbliche egli riferiva, i mercanti che le
governavano erano cattolici ortodossi, persino devoti: Il papa, dopotutto, era
il protettore delle città italiane contro l’imperatore, e i capitalisti
fiorentini, come più tardi i Fugger di Augusta, erano gli agenti economici del
papa. Tuttavia erano cattolici a modo loro. La loro religione, la loro carità
erano positive, costruttive, a volte persino prodighe, ma non contrastavano, né
direttamente, né indirettamente, con le loro iniziative commerciali. Con
l’eccedenza dei loro profitti, potevano nutrire anche i monaci, ma non
immobilizzavano certamente la loro ricchezza commerciale nel monachesimo.
Una parte dei loro figli entrava nella Chiesa, ma entro limiti
ragionevoli; essi si preoccupavano d’impedire che l’attività fondamentale della
repubblica fosse ostacolata da un eccessivo afflusso di uomini nei ranghi della
Chiesa. Contribuivano alla costruzione delle chiese, del resto bellissime, ma
senza inutili sprechi: basti osservare la differenza tra il duomo di Firenze e le
sontuose cattedrali nordiche.
A questa cura per la Chiesa, si affiancava una cura analoga per
lo Stato che, dopotutto, era il loro strumento: non volevano che desse vita a
troppi organi autonomi e diventasse così
il loro padrone. D’altra parte, non volevano che Chiesa e Stato diventassero strutture
troppo costose, che imponessero, attraverso una fiscalità diretta o indiretta,
un onere insopportabile al commercio e alle manifatture, che costituivano la
fonte di vita della città.
Le città-stato repubblicane, o almeno quelle che erano i centri
del commercio internazionale, non erano infatti, società compatte: erano
colonie mercantili internazionali e venivano tenute in vita da un costante
afflusso di mercanti stranieri,
attirati da circostanze particolarmente favorevoli. Data questa loro
caratteristica, erano molto sensibili ai problemi dei costi. Persino un leggero
aumento dell’onere fiscale, o una leggera caduta del margine di profitto,
potevano determinare una fuga di capitali verso altri centri più convenienti:
da Siena a Firenze, da Ulma ad Augusta. Questa era una realtà di cui, nelle
città vescovili come Liegi, i vescovi dovevano tener conto e che condizionava
l’atteggiamento religioso delle stesse aristocrazie cittadine.
Nel XVmo sec., quando la Chiesa nella sua lotta contro la riforma
conciliare, decise di rafforzare le proprie strutture accrescendo il numero del
clero regolare e dei suoi propagandisti, mediante espedienti fiscali, non a
caso, il movimento che doveva sfociare nell’erasmianesimo, formulazione
positiva dell’opposizione a tale processo, trovò i suoi naturali sostenitori
nella borghesia colta delle antiche città libere; questa seppe riconoscere fin
dalle sue prime manifestazioni la natura di un processo, che per alcuni dei
suoi membri, avrebbe significato la fine della prosperità.
Nel XVmo sec., le città venivano fagocitate dai principi, i
quali, per puntellare il nuovo potere, cercavano l’appoggio dell’aristocrazia
rurale e della Chiesa, e cercavano intorno al loro trono, una nuova classe di ufficiali lautamente pagati con i
proventi delle imposte indirette pubbliche, o dalle tasse sui commerci.
Alcune delle vecchie famiglie mercantili, trovarono il modo di
trarre profitto da questo mutamento, diventando banchieri di Corte o
concessionari di monopoli e, dal momento che la zona di libero scambio entro
la quale essi ora operavano, era più
vasta che nel passato, accumularono, a volte, enormi fortune.
Ma tranne nel caso in cui intere città conquistavano eccezionali
posizioni di monopolio nell’ambito dei nuovi imperi – come Genova nell’impero
spagnolo – questi guadagni individuali di capitalisti che operavano per conto
dello Stato, erano annullati delle perdite subite dai capitali privati che, non
controllando più le leve dello Stato, non avevano il potere necessario per
correggerne la politica. Naturalmente questi ultimi trassero le debite conclusioni da tale
situazione. Se qualche mercante si salvò, diventando fornitore di Corte o
banchiere del principe, altri indirizzarono il loro figli, non più verso la
mercatura, ma verso la carriera di “ufficiale”
della nuova Corte o della Chiesa, che andava allargando i suoi quadri, contribuendo
così proprio a rendere più grave il peso che stava schiacciando la loro classe;
d’altra parte, andarono sempre più investendo i loro capitali nella proprietà
fondiaria. Coloro che non si comportarono in questo modo e subirono il passivo
del comportamento degli altri, si rifugiarono su posizioni dottrinali critiche,
erasmiane, e cercarono più favorevoli possibilità commerciali in altri paesi,
meno oppressi dalle tasse.
Già agli inizi del XVImo sec., in effetti, nuovi ostacoli
sorgevano in patria e nuove possibilità si delineavano all’estero. In alcune
città fiamminghe che, svizzere e tedesche le corporazioni di mestiere avevano
accresciuto il loro potere e, al fine di difendere la loro possibilità di
lavoro, stavano ostacolando il progresso tecnico. Anche se non subivano una
pressione religiosa, i capitalisti di queste città, cominciavano a cercare
nuove basi di operazione, e i lavoratori sfruttati li seguivano volentieri.
Possiamo osservare questo mutamento, indipendente da ragioni
religiose, in Inghilterra, dove i capitali e la manodopera si trasferirono
dalle vecchie città della costa orientale, alle “città nuove” dell’interno. I
grandi capitalisti poi guardavano ancor più lontano. I Fugger, dopo aver
costruito la loro organizzazione mineraria nel quadro della natura economica
meridionale, la stavano già estendendo alla ricchezza mineraria scandinava, non
ancora sfruttata. Anche a prescindere dalla Riforma, esistevano dunque ragioni
puramente economiche che militavano a favore di uno spostamento del centro
dinamico dell’attività economica.
A questo punto, nel terzo decennio del Cinquecento, esplodeva la grande rivolta, quella di Lutero. Non fu
una rivolta in seno alla vecchia, matura economia dell’Europa, ma una
ribellione delle zone sottosviluppate
e coloniali dell’Europa
settentrionale e centrale, da tempo immemorabile tassate, oppresse e sfruttate
– questa almeno era la loro sensazione – a vantaggio della società mediterranea
e renana di più alta civiltà.
Come tutte le grandi rivolte sociali, quella luterana utilizzò
idee ch’erano maturate proprio nelle società più progredite, contro le quali
essa era diretta. La critica erasmiana, delle repubbliche mercantili, fu fatta
propria dai rivoluzionari dell’Europa settentrionale, ma naturalmente fu
utilizzata con fini molto diversi. Anche se gli erasmiani potevano simpatizzare
con una parte del programma luterano, non potevano adottarlo completamente,
poiché in tal caso, avrebbero tradito la loro stessa civiltà. In equilibrio tra
le nuove signorie burocratiche con i
loro organi ipertrofici – che erano oggetto delle loro critiche – e le dottrine
anarchiche e rivoluzionarie di Lutero che andavano ben oltre quelle critiche,
gli erasmiani subirono una terribile crisi di coscienza.
Dato però che essi erano una minoranza, e che le città-stato repubblicane, non
costituivano più una forza politica indipendente, alla fine dovettero scegliere
o arrendersi e lasciarsi assorbire dal mondo che avevano criticato, e nel
migliore dei casi, esservi tollerati, oppure spostarsi anch’essi su posizioni
rivoluzionarie.
Fortunatamente per loro, non dovettero mettersi al servizio della
rivoluzione anarchica di Lutero.
Nelle loro antiche sedi, le società urbane dei Paesi Bassi, del
Reno, della Svizzera e dell’Italia settentrionale, il messaggio erasmiano
veniva trasformato, irrobustito,
affinato, messo in grado di difendere la propria indipendenza e capacità
di resistenza. Tra i principi cattolici del Mediterraneo e della Borgogna, in
lotta per difendere un’antica posizione di supremazia e i principi luterani
tedeschi, che si erano posti alla testa della rivolta nazionale, sorgeva
quell’esile forza dinamica delle città libere europee sopravvissute: l’Internazionale calvinista.
L’INTERNAZIONALE
CALVINISTA E IL CONTRATTACCO
DELLA CONTRORIFORMA
SUOI EFFETTI
|
Q |
uella grande lotta, scriveva T.-R., esula in questa sede dai
nostri interessi. Ciò che interessa, invece, è la trasformazione culturale che
i paesi cattolici subirono durante il suo corso. Alla fine, infatti, la rivolta
fu arginata.
Se la maggior parte dell’Europa settentrionale andò perduta e
cessò di essere una colonia del Mediterraneo, il cattolicesimo sopravvisse
nella sua antica sede. Il sogno dei riformatori, di portare la rivoluzione fino
a Roma, non si avverò mai, e Roma riconquistò anche le città erasmiane e
calviniste dell’Italia settentrionale e
delle Fiandre.
Ma questa vittoria ebbe un costo sociale molto alto. Proprio come
aveva trionfato sul movimento conciliare europeo, moltiplicando i suoi abusi,
estendendo le sue costose strutture di potere e di propaganda e diventando
sempre più, in nome della supremazia spirituale, una monarchia secolare, così,
nel secolo seguente il papato soffocò la Riforma all’interno dei suoi domini,
aggravando ulteriormente quel processo e stipulando un’alleanza ancora più
stretta con lo Stato secolare e monarchico.
La Controriforma, che fu l’anima di quella riconquista, può
essere considerata un grande movimento di rinascita spirituale: un nuovo
movimento mistico evangelico, caritativo. Sociologicamente, invece, essa
rappresentò un enorme rafforzamento della struttura “burocratica” della società.
I riformatori avevano criticato la ricchezza del clero, la
manomorta ecclesiastica e l’inflazione numerica degli ordini regolari che si
erano arricchiti e avevano arricchito la Chiesa con il “culto meccanico”.
In un primo momento, tra il 1530 e il 1540, la Chiesa aveva
riconosciuto la giustezza di quelle critiche e aveva pensato alla possibilità
di una conciliazione, di un accomodamento, ma poi il suo atteggiamento si era
irrigidito.
Il papato della Controriforma – rinunciando
a qualsiasi posizione conciliante – passò al contrattacco su ogni fronte
minacciato: gli ordini, anziché essere ridotti di numero, aumentarono; l’azione
propagandistica divenne ancor più massiccia, i palazzi più sontuosi; le forme
di culto più elaborate. Inoltre, dato che la Chiesa, per difendersi, aveva
bisogno della potenza dei principi, la burocrazia ecclesiastica, in cambio,
venne in soccorso di quella monarchica. Il papismo – come venne spesso
ricordato ai principi protestanti più indecisi – era la sola effettiva garanzia
della monarchia.
E, in un certo senso, lo era davvero. Carlo I avrebbe forse
perduto tanto facilmente il trono, se la sua fragile Corte fosse stata
puntellata da una ricca Chiesa burocratica, con numerosi uffici e seducenti
vantaggi materiali per i laici, e se invece di conferenzieri puritani, avesse
avuto un esercito di frati sparsi in mezzo al popolo per evangelizzarlo e
predicare l’obbedienza?
Naturalmente, proseguiva T.-R., nelle fasi iniziali, il peso di
questa ingigantita impalcatura, poteva essere ancora sopportato. Il nuovo misticismo,
lo sforzo spirituale compiuto nella prima fase della Controriforma, poterono
rimettere a galla il vecchio scafo che i riformatori avevano cercato invano di
alleggerire.
I primi gesuiti cercarono d’infondere in quella struttura,
qualcosa del vecchio spirito erasmiano: corteggiarono il mondo laico, resero
più moderna la filosofia della Chiesa, cercarono di rassicurare i mercanti e
gli altri laici, sull’utilità della vocazione (*).
Ma l’entusiasmo suscitato da uno sforzo eroico, non può
sopravvivere alla generazione che quello sforzo ha compiuto, e nel XVIImo sec.
lo spirito della Controriforma era ormai esaurito: rimanevano solo
l’oppressione e il costo della nuova impalcatura. E se la vecchia burocrazia
signorile, aveva già avuto la tendenza a soffocare la vita commerciale delle
società urbane, a maggior ragione ciò dovette avvenire quando essa venne
rinvigorita dall’apporto, dalla compenetrazione addirittura, dalla burocrazia
ecclesiastica, non meno costosa, non meno spregiatrice di un’attività economica
che non era subordinata alle sue esigenze. D’altra parte, non era soltanto
questione di costi, di tasse che il nuovo Stato imponeva alla classe
capitalistica privata. Il nuovo Stato implicava l’esistenza di una nuova
società e le nuove strutture sociali si rafforzarono gradualmente, investendo
in se stesse le loro risorse. Ogni società che non teme una rivoluzione, tende
infatti a investire in se stessa: una società capitalistica, nel capitalismo;
una società burocratica, nella burocrazia.
L’ethos pubblico della
società – l’ordine di priorità secondo cui essa valuta
le diverse professioni – e le
opportunità offerte all’investimento del capitale tendono a coincidere. Nelle
Fiandre o nell’Italia medievali, la mercatura apriva la strada al potere nelle
oligarchie cittadine alla conquista di una posizione pubblica rispettata. Se un
mercante accumulava un’ingente fortuna, quale ne sarebbe stato il più probabile
impiego?
Qualunque tipo di polizza di assicurazione spirituale o mondana egli
scegliesse, sotto forma di donazioni alla Chiesa e ai poveri o di acquisti di
terre e vitalizi per i suoi familiari, la sua carità non sarebbe mai stata
esercitata a spese della futura attività
commerciale: gran parte di essa sarebbe andata a favore di istituzioni
commerciali urbane.
Il mercante avrebbe continuato ad investire nel commercio il
grosso del suo patrimonio e, se avesse voluto dimostrare la propria ortodossia
avviando qualche membro della famiglia alla carriera ecclesiastica, avrebbe
d’altra parte indirizzato all’attività commerciale, quelli da cui sarebbero
dipese le sorti delle sue ricchezze mondane. Dunque, in quella società la
ricchezza e le risorse umane erano investite nel commercio e nell’industria e
la Chiesa costituiva l’avallo sacro di una comunità economica.
Ma nelle Fiandre e nell’Italia del XVIImo sec., la situazione era
diversa. Anche chi aveva accumulato un grande patrimonio con il commercio e
l’industria, al momento di investirlo per garantire l’avvenire della propria
famiglia, non poteva esaminare la società che lo circondava e trarne le debite
conseguenze. Egli si rendeva conto che quella società non aveva più un
carattere urbano, ma cortigiano e burocratico, e che i valori e le opportunità
che offriva, erano profondamente diversi. Per la propria salvezza spirituale e
la sicurezza dei propri familiari, egli avrebbe quindi sempre assunto una
polizza di assicurazione, continuando a pagare le decime alla Chiesa e a
comprare terre o rentes per la
propria vedova, ma avrebbe investito i capitali accumulati nell’acquisto di
uffici nel’amministrazione della Chiesa o dello Stato, a beneficio di quelli
dei suoi figli sui quali si fondavano le speranze mondane della famiglia. Sotto
il governo burocratico del principe, gli “ufficiali”
non avrebbero mai sofferto la fame: i mercanti, forse sì. Per tali ragioni la
ricchezza e la potenza sociali, vennero investite nel potere amministrativo, e
la Chiesa divenne la consacrazione non più di una società mercantile, ma di una
società burocratica.
La Controriforma, creò dunque gradualmente, anche nelle vecchie
città mercantili da lei conquistate, un tipo nuovo di società che, quel che più
conta, andò rafforzandosi per la sua stessa dinamica sociale. A Venezia,
l’antico carattere fu preservato, perché la Repubblica non era stata assorbita
o trasformata in una signoria; ad Amsterdam, perché qui venne tenuta in vita la
società repubblicana che era stata soffocata ad Anversa. Il mercante di
Amsterdam, investiva il suo patrimonio nel commercio e vi avviava i figli, in
parte perché era un mestiere onorato, in parte perché era proficuo (si poteva
esser sicuri che uno Stato, a differenza di una signoria, non avrebbe imposto
leggi o seguito una linea politica rovinosa per gli affari); in parte, infine,
perché esistevano poche alternative.
A Milano e ad Anversa, accadde il contrario. Qui l’attività
capitalistica indipendente era appassita e solo quella al servizio dello Stato
aveva continuato ad offrire prospettive di ingenti profitti.
Poiché tuttavia, anche questa attività aveva in genere il suo
punto di partenza nel capitalismo privato, spesso si constata che i banchieri
delle signorie si erano arricchiti all’estero. E persino costoro, se si
stabilivano con le loro famiglie in un determinato Stato e vi investivano il
loro patrimonio, tendevano ad investire i profitti in uffici e in terre, non nel
commercio.
La plutocrazia genovese, tollerata come nucleo cittadino
autonomo, proprio per consentirle di svolgere il ruolo di banchiere dell’impero
spagnolo, e che investiva appunto i suoi profitti in uffici pubblici, titoli
nobiliari e terre, è tipica di questa fase storica.
Altrettanto tipico è Hans de Witte, un immigrato di Boemia che
divenne banchiere dell’imperatore e investì colà le proprie sostanze in uffici,
titoli e terre.
Per quanto riguarda i capitalisti locali assorbiti per diritto di
conquista negli Stati della Controriforma, essi dovettero necessariamente
comportarsi nello stesso modo. Se prendiamo qualsiasi grande città della
Controriforma nel 1630 e ne paragoniamo la situazione con quella esistente nel
1530, troviamo che il processo è identico. Superficialmente le differenze
possono non apparire evidenti: il numero dei ricchi può essere diminuito in
misura rilevante, vi possono essere altrettante lussuose dimore cittadine e un
numero non minore di equipaggi di livello di spesa privata può no essere
diminuito, e forse può essere addirittura aumentato. Vi è ancora una ricca e
importante alta borghesia. Ma se guardiamo dietro la facciata, constatiamo che
la fonte della ricchezza è diversa. Nel 1530 la spesa privata era
prevalentemente dovuta e un’élite di
mercanti e manifatturieri; nel 1630 prevalentemente da un’ élite di ufficiali.
*) La modernità della visione economica dei gesuiti, annotava T.-R.,era stata sottolineata da M.
Robertson (in The Rise of Economic
Inndividualism, Cambridge 1935), in cui tendeva a mettere in luce soltanto
l’insegnamento e la pratica dei gesuiti per quanto riguardava i problemi di
etica economica. Ciò non solo lo coinvolse in una polemica religiosa estranea
al problema, ma rese senza necessità più angusta la sua argomentazione, che a
lui sembrava indubbiamente valida. (Molto prima che un gesuita irlandese, la
definiva una calunnia, un suo confratello inglese ne aveva affermato la
giustezza cfr. Usury Expain’d, or conscience
quieted in the case of putting out money at interest, di Philopenes [John Dormer, alias Hubleston S.J], London 1695-96).
In realtà, a sostegno
della sua tesi, Weber affermava che il
messaggio fondamentale e positivo del calvinismo – l’esaltazione della santità
del lavoro, e non soltanto il suo insegnamento marginale su argomenti quale l’usura e l’etica economica – fu indirettamente all’origine del capitalismo: Ma
questo stesso messaggio fondamentale è patrimonio anche dei gesuiti. Non ho
trovato una copia dell’opera, annotava T.-R., in questa preziosa
nota che riportiamo nella sua interezza (abbiamo omesso, tutte le altre
numerose citazioni bibliografiche)
perché alle volte le note sintetizzano
un testo: ma il titolo di un libro di un
gesuita spagnolo – Los bienes de honesto
trabajo y dainos de la ociosidad di P. De Guzman; Jerez 1614 – mi sembra
abbastanza eloquente. La modernità della visione economica dei primi
gesuiti – egli concludeva – è solo una
componente della più generale modernità, implicita nella loro decisione di
strappare all’eresia l’élite del
mondo laico.
LA DIFFUSIONE
DELLA STRUTTURA STATUALE
DELLA CONTRORIFORMA
LE CONSEGUENZE IN FRANCIA
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L |
a struttura statuale della Controriforma si diffuse in Europa
soprattutto grazie alla potenza spagnola; uno dei grandi accidenti – forse una delle sciagure – della storia, fu il fatto che la
monarchia castigliana, una società “feudale”
arcaica, divenuta per caso potenza mondiale, grazie all’argento americano (v.
Schede S Le carrere del trasporto
dell’oro e dell’argento ecc.), assumesse nel XVImo sec., il ruolo di campione della Chiesa cattolica,
imprimendo così, in certa misura, i propri caratteri tanto alla Chiesa, quanto
allo Stato, ovunque queste due forze fossero unite al potere. La religione
cattolica romana, come ha dimostrato la storia medievale, era perfettamente
compatibile con l’espansione capitalistica. Indubbiamente, l’emergere di
signorie nelle società capitalistiche avanzate, segnò di per sé un regresso
economico, indipendentemente dal fatto che quegli Stati fossero protetti o meno dalla Spagna.
Roma, con il suo
pletorico apparato burocratico ecclesiastico, sarebbe stata in qualunque epoca
una città poco favorevole all’attività commerciale, ma la protezione della
Spagna, per il suo stesso carattere e per le esigenze di quello Stato, impose
in forme ancor più estreme, una politica antimercantile. Quel che è più grave,
quest’opera fu coronata da successo, con conseguenze disastrose. La ricchezza e
l’appoggio militare della Spagna, permisero alle signorie da essa protette di funzionare, di apparire vitali
economicamente, anche se non lo fossero; e questa illusione durò abbastanza
lungo per consentire al nuovo sistema di diventare permanente. Nel 1610 la
protezione della Spagna era il naturale supporto per ogni Corte principesca che
si sentisse minacciata; persino una Corte protestante come quella di Giacomo I,
era tributaria della Spagna. Al contrario, tutte le società mercantili, anche
se cattoliche come Venezia, consideravano la Spagna come nemica. Nel 1640 la
protezione spagnola non era più di grande aiuto per alcuno, ma ormai le società
dell’Europa della Controriforma si erano stabilizzate, anche se a un livello
economico stagnante.
Una tendenza generale è a volte rivelata dalle sue eccezioni. Fin
qui ho delineato (scrive T.-R.) il processo generale di trasformazione negli
Stati della Controriforma.
In primo luogo si assiste a un rilancio non solo del dogma
cattolico, ma anche di tutta la struttura ecclesiastica: un’ondata di
misticismo irrobustisce la vecchia, cadente impalcatura che i riformatori
avevano criticato; vengono fondati nuovi ordini religiosi; nuove forme di
carità, nuovi culti, nuovi metodi propagandistici fanno affluire nuove
ricchezze nelle casse della Chiesa e le consentono di accrescere i beni di
manomorta. Questo irrobustimento della Chiesa è al tempo stesso un
rafforzamento dello Stato che lo tollera e che è per definizione una signoria,
dato che le repubbliche urbane sono per loro natura, contrarie a una così
massiccia sottrazione di risorse alla vita economica. Ma, dopo una generazione,
quando lo spirito iniziale della Controriforma è svanito, il peso di queste
ingigantite strutture, viene avvertito e suscita opposizione. Le società nate
da questo processo, sentendosi vulnerabili e minacciate, diventano intolleranti
e si rivolgono contro elementi inquieti e non assimilati nel loro seno. Gli
incorreggibili superstiti del vecchio partito riformatore, vengono espulsi e lo
Stato si assesta, godendosi la sicurezza così conquistata, che celebra con la
proliferazione di uffici nel quadro del felice connubio ecclesiastico-statuale.
Essa può trovare concreti esempi in Italia, Spagna, Fiandre, Baviera, Austria.
L’eccezione evidente è costituita dalla Francia, ma se guardiamo sotto la
superficie, ci rendiamo conto che è più apparente che reale. Per ovvie ragioni,
la Controriforma giunse tardi in Francia, ma quando ciò avvenne, le conseguenze
furono identiche. Solo i tempi erano diversi.
In quanto grande potenza antagonista della Spagna, la Francia
assunse una posizione di ostilità verso la Controriforma che, per i primi cent’anni
era stata così palesemente collegata con la potenza spagnola. Di conseguenza,
in Francia, l’elemento di repressione sociale della Controriforma, per molto
tempo non venne avvertito. Enrico IV, è vero, superò molti altri principi
cattolici in gesti ostentati di papismo (dato che aveva un passato da far
dimenticare), ma durante il suo regno non vennero adottate le misure statuali
della Controriforma.
La Francia di Richelieu, lasciò vivere ugonotti e giansenisti,
diede ospitalità a coloro che fuggivano le persecuzioni dell’Inquisizione
romana e spagnola, pubblicò le opere soppresse della censura romana e trasse
profitto dalle ingenti vendite di terre ecclesiastiche avvenute durante le
guerre di religione. Ma questa felice situazione, non durò a lungo. Già ai
tempi di Richelieu il partito filo-spagnolo dei devots, sconfitto sul piano politico, andava guadagnando terreno
nella società. Fu in quell’epoca che il nuovo misticismo cattolico, penetrò in
Francia dalle Fiandre spagnole e portò alla fondazione di nuovi ordini
religiosi: fu in quell’epoca che la struttura della Chiesa francese venne
finalmente richiamata.
Nei primi anni di regno di Luigi XIV, le due opposte si
manifestarono in pieno. Colbert, erede della politica economica di Richelieu,
predicò una dottrina mercantilistica di lavoro indefesso, di limitazione delle
proprietà fondiarie ecclesiastiche, di riduzione degli uffici venali, di
diminuzione del numero dei monaci e delle monache. Ma lo stato monarchico che
Luigi XIV si accinse a creare, non era di questo tipo, e il re preferì di
prendere a modello la Spagna, consacrata alla Chiesa dalla Controriforma. Così,
dopo la caduta di Colbert, gli uffici vennero moltiplicati come mai nel
passato, il clero regolare divenne ancor più numeroso, e quando la gravosità di
questa politica e il suo carattere repressivo, apparvero evidenti, si fece
ricorso al vecchio rimedio; nel 1685 gli ugonotti vennero espulsi.
Una nuova diaspora, simile a quella dei fiamminghi e degli
italiani del Nord, andò a fecondare l’economia dell’Europa protestante. E
proprio come gli Asburgo, durante la guerra dei trent’anni, dovettero cercare i
loro banchieri tra i capitalisti privati, che in passato avevano espulso come
eretici di loro domini, così i Borbone, nel XVIIImo sec., per finanziare le
loro guerre, dovettero ricorrere ai banchieri svizzeri che, in realtà, non
erano affatto svizzeri, bensì ugonotti francesi che i loro avi avevano espulso
dalla Francia.
Queste furono le conseguenze che ebbe sulla società il connubio fatale tra la Chiesa della Controriforma e lo Stato monarchico.
Quali furono le conseguenze sulla Chiesa?
Nel medioevo, la Chiesa che era stata l’espressione di una
società feudale e rurale, si era messa al passo con lo sviluppo del capitalismo
commerciale e industriale. Ciò aveva richiesto qualche difficile adattamento,
perché né ai mercanti, né agli operai
– cioé soprattutto i tessitori e i minatori – potevano bastare
dottrine elaborate per una società di proprietari fondiari e contadini. I
capitalisti erano ostili alle opere esteriori
e rifiutavano la condanna dell’usura, ma la Chiesa era venuta loro incontro e
tutto si era sistemato. Gli operai, raggruppati dalle condizioni di lavoro, avevano
prestato orecchio a predicatori radicali che incitavano alla fede mistica, alla
vita comunitaria e al “cristianesimo
primitivo”. La Chiesa se n’era preoccupata e a volte li aveva condannati
come eretici: aveva espulso dalla propria comunità i seguaci di Arnoldo da Brescia,
i Poveri di Lione, i valdesi, i lollardi, i taboriti, ma era venuta incontro ad
altri; i Begardi di Bruges, gli Umiliati di Milano, i fratelli della vita comune nel Nord erano rimasti nell’ambito
dell’ortodossia di confini più ampi. Così la Chiesa medievale, con la sua
relativa elasticità, con la sua tolleranza con l’accettazione – per quanto
limitata – di nuove tendenze, aveva continuato ad essere Chiesa universale non
soltanto geograficamente, in quanto Chiesa di tutta l’Europa occidentale, ma
anche socialmente, in quanto Chiesa di tutte le classi.
-
Dopo
la Riforma, invece, questa situazione cambiò. Negli anni del panico, la Chiesa
trionfalistica e rigida degli inquisitori e dei frati, considerò l’erasmianesimo dei mercanti e degli
industriali, come una forma di luteranesimo tedesco (Erasmus posuit ovus, Lutherus
eduxit pullos) e il “cattolicesimo primitivo” dei tessitori e dei minatori,
come una forma di anabattismo tedesco, espellendoli entrambi dal suo seno.
IL DISTACCO FINALE DEL
MOVIMENTO CATTOLICO
DEL XIX SECOLO
DALL’ANCIEN
RÈGIME
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D |
opo la metà del Cinquecento, scriveva T.-R., i papi della
Controriforma, cacciarono oltr’alpe gli erasmiani e a Roma sciolsero l’Ordine
degli Umiliati (molto lontani dall’originaria povertà).
-
Nel
tardo XVImo sec., e nel XVIImo sec., la Chiesa
cattolica, non fu soltanto, sul piano politico, la Chiesa del regime monarchico
e, sul piano sociale, quella di in sistema feudale burocratico, ma fu anche
legata a queste strutture, in modo esclusivo.
-
La
sua antica elasticità era scomparsa, sia dal punto di vista intellettuale e
spirituale, che da quello politico. Mentre le chiese protestanti (o alcune di
esse), consentivano, nel loro seno, l’articolazione di un’ampia gamma di idee e
di atteggiamenti – il calvinismo liberale dei mercanti e degli industriali,
l’anabattismo e il mennonismo degli operai
– la Chiesa cattolica non offriva più nulla di simile.
-
Represse
le eresie, annullate le diversità, era la chiesa di una sola forma di Stato e
di una sola forma di società. Non a torto i teorici del sistema statuale della
Controriforma – come Botero – esaltarono l’unità fondamentale tra Chiesa e
Stato: la Chiesa cattolica era la Chiesa del
loro Stato. Non per nulla, invece, Paolo Sarpi, il teorico dell’unica
repubblica genuinamente mercantile che aveva cercato di rimanere in seno alla
Chiesa cattolica, insistette sempre e nettamente, sulla separazione della
Chiesa dallo Stato; la Chiesa cattolica, non era più quella del suo Stato; per sopravvivere a
Venezia, senza distruggere la società veneziana, essa doveva essere
rigorosamente separata dallo Stato. Non a caso, la più famosa opera di Paolo
Sarpi, il più grande storico cattolico e servita d’ineccepibile ortodossia, non
venne pubblicata in alcun paese cattolico fino al XVIIImo sec. (*).
Naturalmente, la storia non finisce qui. Nel XVIIImo sec., il
fallimento economico e culturale degli Stati della Controriforma era ormai
evidente, e gli statisti e i pensionati di quegli Stati, cominciarono a trarne
le conclusioni. Essi furono concordi sulla necessità di liberalizzare la
società e di alleggerire le strutture “feudali”. La Chiesa avrebbe dovuto
contribuire a quest’opera di liberalizzazione e rinunciare a dare avallo sacro
all’oppressione esistente. Così, i riformatori spagnoli del XVIIImo sec.,
preconizzarono una riforma cattolica in nulla diversa dall’antico erasmianesimo,
tanto ferocemente repressa nella Spagna di Carlo V e di Filippo II.
In Francia e in Italia, i nuovi giansenisti, predicarono un
messaggio analogo e i loro ammonimenti non rimasero del tutto inascoltati.
Le statistiche non sono facilmente reperibili, ma sembra che
tanto in Francia che in Spagna, l’influenza della Chiesa, misurata in termini
di consistenza numerica del clero regolare, dopo essere aumentata per tutto il
XVIImo sec., sia poi diminuita nel secolo seguente. Ma il processo fu
abbastanza rapido, e quindi i riformatori chiesero un’azione politica. L’appello
venne ascoltato e prima di tutti agirono i sovrani riformatori. I gesuiti
vennero espulsi da tutta l’Europa cattolica. Il febronianismo (*) divenne il nuovo erasmianesimo di Stato. Giuseppe
II, come Enrico VIII, sfidò il papa e chiuse i conventi. Venne quindi la
rivoluzione, e, dopo di essa, la reazione: una reazione durante la quale le
speranze di riforma sembrarono morte per sempre.
Invece non lo furono. La generazione seguente, riprese
l’offensiva, che però ebbe caratteri diversi. A sud delle Alpi fu apertamente
antiradicale, mentre in Francia, patria di Calvino, dove in passato era
esistito un forte partito protestante, la battaglia fu combattuta di nuovo nei
modi tradizionali. Durante il regno di Luigi Filippo, e ancor più durante
quello di Napoleone III, l’economia francese venne rivoluzionata dai capitali
protestanti. Ma, ancora una volta, non fu perché questi uomini erano
calvinisti, e quindi animati dallo “spirito capitalistico” che seppero realizzare il Wirtshaftswunder del Secondo impero e
della Terza Repubblica. Essi non erano gli autentici protestanti francesi, i
veri credenti che, fin dal 1685, avevano mantenuto viva la fede calvinista
nelle “chiese del deserto” della Languedoc.
Se studiamo attentamente i grandi capitalisti protestanti della
Francia ottocentesca, scopriamo ancora una volta che sono quasi tutti
immigrati. Sono calvinisti di origine svizzera – discendenti dei primi
rifugiati italiani nel 1150-60 o di quelli francesi del 1685 – oppure luterani
originari dell’Alsazia, Alsazia che, in quanto feudo imperiale, non era toccata
dall’editto di Nantes e neppure dalla sua revoca. In entrambi i casi, il processo
è identico. Nel XVI e XVIImo sec., i paesi sottosviluppati che si erano
ribellati a Roma avevano offerto nuove
opportunità ai capitalisti dei vecchi centri industriali, le Fiandre, l’Italia
e la Germania meridionale; nel XIXmo sec., i paesi cattolici sottosviluppati,
offrirono agli eredi di costoro la possibilità di tornare. Nel primo periodo
l’irrigidimento dello Stato controriformista, aveva costretto questi uomini a
emigrare; nel XIXmo sec., la liberalizzazione di quello stesso Stato ne
facilitò il ritorno.
Nel XIXmo sec., in effetti le strutture statali della
Controriforma, finalmente si disgregarono. Le idee dell’Illuminismo, il bisogno
di progresso, il penoso confronto con le società protestanti, tutto contribuì a
questo processo.
Ma, alla lunga, svolse un ruolo altrettanto potente anche
un’altra forza. Nel XVIImo sec., la Chiesa cattolica romana aveva subito un
generale regresso spirituale e culturale; allo sforzo della Controriforma, era
seguito un lungo periodo di meschino fanatismo. L’umanesimo dei primi gesuiti,
era stato solo un fuoco di paglia, e nel 1620 essi si erano acconciati alla
funzione di sofisti dello Stato della Controriforma. Neppure nel XVIIImo sec.,
il connubio tra Chiesa e Stato venne contestato: i principi febroniani, cercarono i riformare
entrambi, non di separarli.
Ma nel XIXmo sec., fu finalmente compiuto uno sforzo per staccare
la Chiesa dallo Stato monarchico cattolico. Non sorprende che quel tentativo
fosse effettuato dalla monarchia cattolica francese, l’ultima ad accettare e la
prima a sconfessare quel connubio fatale. Né sorprende ch’esso fosse
contrastato con maggior vigore a Roma, Chiesa-Stato per eccellenza, spinta ad
assumere posizioni ancora più rigide dalla lotta finale per la conservazione
del potere temporale. Il fatto che i paesi della Controriforma riuscissero in
definitiva a raggiungere economicamente quelli della Riforma, senza doversi
ribellare ancora una volta a Roma, si deve pure in parte alla nuova elasticità
acquistata dal movimento cattolico del XIXmo sec., alla sua dolorosa
separazione dall’ ancien régime.
L’odierno Mercato Comune europeo, (U.E), creatura dei
democristiani italiani, tedeschi e francesi, ha un certo debito verso Hugues de
Lamenais (**).
*) In questa nota T..R., rileva che, la stessa osservazione
generale che egli aveva fatto in merito all’iniziativa economica – e cioé che era lo Stato della Controriforma a escluderla dalla
società, e non la dottrina calvinista a crearla o la dottrina cattolica a
soffocarla nei singoli individui
– può essere
ripetuta anche a proposito di un altro fenomeno
strettamente collegato all’iniziativa economica: il progresso
scientifico.
Sia Weber che i suoi seguaci, egli afferma, hanno sostenuto che
la dottrina calvinista, a differenza di
quelle cattoliche non calviniste, aveva incoraggiato lo studio empirico
della natura, e la sua teoria era divenuta un dogma in America e altrove
(bibliografia indicata, omessa).
A me essa invece, egli sostiene, che si possa giungere a questo
tipo di conclusioni soltanto se lo studio viene concentrato esclusivamente
sulle idee calviniste e sugli scienziati olandesi o ugonotti, trascurando il
contemporaneo sviluppo di idee analoghe in altre Chiese (p. es. tra i neoplatonici
cattolici e i gesuiti) e la loro non meno positiva applicazione da parte di
scienziati cattolici, luterani e anglicani come Galileo, Keplero e Harvey;
ovvero se ci si sforza di “giustificare i
fenomeni” con l’aiuto di spiegazioni artificiose, paragonabili agli epicicli tolemaici, quale per esempio
l’affermazione che Bacone era “in realtà”
un puritano (bibliografia omessa).
Se la ricerca tiene invece nel debito conto questi importanti
dati di fatto, scrive T.-R., mi sembra che il rigido rapporto causale istituito
tra calvinismo e scienza, non possa non crollare. Ciò che rimane è il fatto
innegabile che mentre Pico e Ficino, morirono circondati da un’aureola di
santità cattolica e l’opera di Copernico venne dedicata al papa e da esso
accettata, i gesuiti ritennero necessario limitare i propri studi scientifici,
e Bruno, Campanella e Galileo vennero tutti condannati a sud delle Alpi.
In altre parole, idee che erano assolutamente accettabili nelle
società cattoliche prima della Controriforma, e da parte di singoli cattolici,
dopo di essa (Galileo sostenne che nessun
santo avrebbe potuto mostrare maggior riverenza verso la Chiesa, o maggior
devozione), vennero respinte dalla società della Controriforma e la
pressione sociale degli ordini religiosi che imposero la condanna di Galileo,
così come avevano imposto quella di Erasmo, che il papa Paolo III avrebbe
voluto nominare cardinale (cfr. T.-R., Galileo et l’Eglise romaine: un prcoeès
toujoure plaidé, in Annales:
économies, societé, civilizations, 1960 pp. 1229-34)
Naturalmente, affermava T.-R., la storia non finisce qui. Nel
XVIIImo sec., il fallimento economico e culturale degli Stati della
Controriforma era ormai evidente, e gli statisti e i pensatori di quegli Stati,
cominciarono a trarne le conclusioni.
**)
Hugues-Felicité de Lamennais (1782-1854) pensatore cattolico, sostenitore del
cattolicesimo liberale e fautore del cattolicesimo sociale; faceva riferimento
al febronianismo (da Giustino Febronio, pseudonimo di Nikolaus von Hontheim)
diffuso in Germania, che privilegiava il potere e l’autonomia dei vescovi e
quindi nazionale, rispetto al papa.
FINE